|
Nella mia continua ricerca di nuovi incontri con popoli ed etnie primitive scelgo di visitare la Papua Nuova Guinea. Il gruppo di 14 avventurieri si compone a Kuala Lampur in Malesia.
Facciamo tappa a Brisbane e dopo aver sorvolato il mare dei coralli. Finalmente vediamo la meta finale.
La Nuova Guinea è la seconda isola più grande della terra dopo la Groellandia. Posta a Nord dell’Australia poco sotto l’Equatore, è attraversata per tutta lunghezza da una catena montuosa con profonde vallate. Oggi l’isola è divisa in due stati: l’Irian Jay nella parte occidentale, annessa all’Indonesia e la Repubblica della Nuova Guinea ad Oriente.
Nella capitale Port Moresby l’impatto con l’ambiente non è esaltante, tutto ha l’aspetto di un lager, inferriate filo spinato e nastri seghettati sono posti a protezione delle case.
Nei mercati la merce più venduta è una specie di noce chiamata “Betel”, un blando stimolante che tutti uomini e donne masticano per attenuare fame e fatica. Miscelata ad un pizzico di calce, innesca una reazione chimica che produce una abbondante saliva di colore rosso a dir poco ripugnante.
Visitato l’interessante museo antropologico, lasciamo la capitale diretti a Wewak sulla costa a Nord a dove organizziamo il nostro viaggio alla ricerca dei villaggi lungo il fiume Sepik.
Prendiamo contatto con un esperto geografo che ci farà da guida.
Con un camion raggiungiamo Angoran sul Sepik.
Tutti gli abitanti del villaggio vengono a curiosare. Con grande facilità, nel fiume si pescano pesci e gamberoni, e già immagino le grigliate.
Caricato carburante e viveri per sei giorni, stipati su due piroghe risaliamo il Sepik da Est a Ovest, toccando vari villaggi.
Il fiume è ampio le acque fangose.
Incontriamo varie imbarcazioni di gente che vive lungo il fiume.
Sulle sponde si alternano canneti e palme da cocco.
Nel tardo pomeriggio approdiamo al villaggio di Kanduanum. Messo piede a terra siamo attorniati da grandi e piccoli. Non capita spesso che stranieri si fermano da queste parti.
Otteniamo dal capo villaggio il permesso per accamparci per la notte.
Un gruppo di donne ci danno il benvenuto con canti e balli caratteristici.
Altre donne sono impegnate nella lunga e laboriosa preparazione del sago, lavando e rilavando la pasta estratta dal tronco di una palma, col quale si ottiene una specie di pane. Alimento base per questi popoli.
Qualcuno si procura la cena, mentre le ballerine, sotto il sole calante, si esibiscono stanche in un ultimo ballo, sempre lo stesso.
Passiamo la notte in compagnia di insetti e bestioline di ogni specie.
Alle prime luci dell’alba riprendiamo posizione sulle piroghe, in un paesaggio sospeso fra cielo e acqua. Il suono dell’acqua solcata dalla prua, completa lo scenario.
Arriviamo al villaggio di Tambanum, famoso per l’alta qualità del suo artigianato.
L’eccezionale valore artistico raggiunge il massimo nella scultura di statue e maschere per esaltarne il valore sopranaturale.
Osservando la creatività stilistica di questi artisti, viene da pensare che tutto il movimento astrattista del 900, nulla ha inventato perché tutto era già stato fatto.
Nella valle del Sepik, le capanne sono di forma quadrata o rettangolare con tetti spioventi, posti su palafitte per proteggerle dalla piena durante la stagione delle piogge.
Grandi occhi li proteggono dagli spiriti maligni. La magia è connessa strettamente alla religione, difficile da comprendere per noi occidentali.
Il senso religioso si concretizza in preghiere, riti e sacrifici, offerti agli spiriti degli antenati.
E’ credenza comune che un vasto spiegamento di spiriti influenzi la vita terrena dell’uomo.
Al centro di ogni villaggio, sulla parte più alta, si trova la casa degli uomini detta TAMBARAN, luogo di culto e ritrovo per tutti gli uomini del villaggio che vi trascorrono giorni e notti a discutere dei vari problemi inerenti alla vita della comunità.
Ogni villaggio ha un capo tribù, che quasi sempre è una carica ereditaria. Il capo però deve tener conto del parere del consiglio degli anziani e da chi ha acquisito potere e prestigio.
Il Tambaran è l’edificio più grande del villaggio, decorato con figure di facce umane con grandi occhi che rappresentano gli spiriti ancestrali.
All’interno, grandi totem e maschere, oggetto di culto e riti.
Nella casa degli uomini, non possono entrare le donne e i ragazzi che non sono stati ancora iniziati.
Anche le donne, sia pure di misura più piccola, hanno la loro casa, custodita dalle anziane del villaggio, dove tutte trascorrono i giorni del periodo mestruale.
Le cerimonie più importanti presso queste comunità, riguardano in grandi eventi dell’uomo: nascita, matrimonio e morte. Soprattutto in occasione di funerali, le cerimonie acquistano particolare solennità.
La destinazione finale del cadavere varia da una etnia all’altra. Può finire in una cassa posta su un rilievo, appeso ad un albero finche si dissolve, oppure può essere scarnito e le ossa conservate dai parenti.
Fino a qualche decennio fa, era in un uso l’esposizione del teschio del nemico ucciso in battaglia dopo averne mangiato alcune parti per acquisirne la forza e il coraggio. Una pratica ancestrale ormai quasi estinta.
Tutte le attività sia lavorative che i rapporti sociali, sono condizionate da superstizione e magie.
Anche il rapporto uomo donna ha delle regole ferree che nessuno osa trasgredire.
L’iniziazione dei giovani prevedeva che ogni ragazzo doveva uccidere in battaglia un uomo per mostrare coraggio e dignità, per poter essere ammesso nella casa degli uomini.
In periodi di pace fra i villaggi, spesso si ricorreva nel comperare un povero ladro da un altro villaggio che veniva legato e ucciso. Oggi le leggi imposte dallo stato non permettono più simili crudeltà e si ricorre al sacrificio di qualche maiale.
Riti e pratiche magiche sono rappresentate in tutti gli oggetti anche di uso comune di cui tutti ne facciamo incetta.
Lasciamo il Sepik per risalire il fiume Karawari.
Per la notte ci accampiamo in un piccolo villaggio.
Sotto lo sguardo attento dei bambini montiamo le tende.
Per la cena ci pensa una donna che in pochi minuti e per due Euro, pesca con facilità la quantità di pesce richiesta che io cucinerò alla brace.
La notte passa lenta accompagnata dal pianto di un bambino.
Già prima dell’alba una sinfonia di cerniere e canti di uccelli da la sveglia anche ai dormiglioni. In lontananza i tocchi di una campana per un attimo ci fanno tornare a casa.
Nessuno vuole perdere lo spettacolo dell’alba.
Le donne si danno da fare a preparare la colazione.
Andrea, giovane e valente psicologo accusa un stato di disagio e dopo una lunga autoanalisi conclude che l’unica terapia è fare un salutare bagno.
Lo stesso disagio deve averlo avuto anche una ragazza del posto.
Sul fiume riprende lenta come la corrente, la vita di tutti i giorni.
Anche noi riprendiamo la navigazione. Tutti vengono a salutarci.
Alla posizione scomoda sulla barca ci siamo ormai abituati.
Ora abbandoniamo il Karawari dalla vegetazione fitta e lussureggiante, per inoltraci nel fiume Korosameri che porta alla regione delle Blakwater.
Laghi e paludi di acqua nera per il limo contenuto, popolato da uccelli acquatici e aquile pescatrici.
Per sgranchirci un po le gambe, camminiamo fino al villaggio in cima a una collina.
L’accoglienza è festosa, nessuno vuole perdere l’occasione di incontrare dei forestieri.
I ragazzi ci procurano del cocco fresco. Al tramonto rimontiamo le tende su una radura in riva al lago.
La nostra guida ci propone un treking di alcune ore attraverso la foresta pluviale su un sentiero appena accennato.
Lasciato le barche ci avviamo con una sufficiente scorta d’acqua. La guide locali non portano acqua per loro che dicono troveranno lungo il tragitto, ma cose più importanti, che sono un pezzo di pane di Sago, un pesce affumicato e un tizzone acceso per avere il fuoco in ogni momento.
Procediamo in fila indiana. La foresta fitta e umida è un vero e proprio giardino botanico con palme di sago e felci di ogni genere. L’aria profuma di essenze vegetali.
L’esperto di geografia ci dice che siamo i primi turisti a fare questo percorso.
La camminata non è proprio una passeggiata, salite, discese, fango, spine guadi e passaggi poco sicuri ci impegnano molto.
Una delle guide ci mette in guardia dalle sacche di sabbie mobili. L’unica completamente a suo agio è Anna che partita con un paio ciabatte Avanza a piedi nudi come uno scerpa nepalese. Io a stento le sto dietro.
Con la scusa di fotografare un curioso e docile scarafaggio, approfittiamo per riprendere fiato.
Il portatore d’acqua cerca di comunicare con eventuali altre persone della zona. Qualcuno risponde.
Rincuorati dal fatto che non siamo soli riprendiamo il cammino.
Dopo quattro ore, alla fine del sentiero, la guida chiede una canoa per attraversare un canale molto profondo.
Arriviamo al villaggio di Sevenluk sul fiume Nmangara, anche qui l’accoglienza è improntata da curiosità e cortesia.
Ci viene offerta della frutta che divoriamo in un baleno.
Gli abitanti di questo villaggio sono specializzati nel costruire piroghe. Sotto la guida di un maestro d’ascia alcuni ragazzi sono impegnati nello scavare un tronco per ricavarne un piroga.
A prua è scolpita la testa di un coccodrillo per proteggerla dagli spiriti maligni.
Intanto ci raggiungono le barche per riprendere la navigazione. In questo tratto l’acqua del canale è moto bassa. Le barche sono troppo cariche e tutti dobbiamo dare una mano per superare i bassi fondali.
Un luminoso tramonto contornato da un arcobaleno pone fine ai 6 giorni sul Sepik
Con una lunga scarrozzata notturna su un camion scoperto torniamo a Wewak, in un logg sul mare di Baren.
Riordiniamo le tende, facciamo il bucato e qualcuno trova il tempo per dare quattro calci e finalmente possiamo anche goderci il mare caldo e la lunga spiaggia ombreggiata da palmeti.
Unico inconveniente, la spiaggia era infestata da piccolissimi pulci penetranti che a chi più a chi meno, ci hanno causato eruzioni cutanei e infezioni varie.
Poco distante una famiglia di pescatori che sembrano usciti da una antica stampa, sono impegnati ad affumicare il pesce pescato.
Qui festeggiamo il ferragosto, e con una decisione quasi unanime io e Andrea prepariamo una cena da fare impallidire i migliori sceff dei migliori ristoranti.
Il menù era molto vario, per fedelissimi dello spirito di avventure c’era: tonno in scatola con pane secco e acqua al micropur.
Per i viaggiatori pentiti ed eretici: bruschette al pomodoro con olio extra vergine, spaghetti italiani con sugo di aragosta, gamberoni di fiume in umido con polenta e crema di ceci, contornati da un filo di miele. Il tutto annaffiato da un robusto vino bianco cileno. E per finire un sorso di rhom cubano offerto dal cuoco. Un ultima cosa, le scatolette di tonno sono rimaste intatte.
Con una barca presa a noleggio visitiamo due isole a pochi km dalla costa.
Kairaru Island è completamente ricoperta da folta foresta tropicale dall’aspetto primordiale. Dalla scogliera sgorgano soffioni di acqua bollente. L’odore di zolfo apre le nostre narici.
In questo scenario fuori dal tempo, per un attimo ci sentiamo protagonisti dell’isola dei famosi, con la differenza che qui è tutto vero.
I componenti la piccola comunità indigena ci accompagnano dove sono ancora custoditi 2 cannoni giapponesi residui dell’ultima guerra
Sbarchiamo sulla spiaggia bianca dell’altra isola Moshu circondata da una florida barriera corallina, un piccolo paradiso deve rimoviamo i tabù del conformismo, liberando quello che è rimasto in noi dello spirito infantile.
La frutta ha sapore e profumo mai sentiti.
Qui possiamo vedere il fenomeno della crescita naturale. Un cocco si adagia sulla spiaggia dove metterà le radici.
Sotto una pioggia torrenziale, di notte lasciamo Wewak per Goroka. Cambia il paesaggio, cambia il clima, non più caldo e afoso ma fresco e ventilato. Qui facciamo varie escursioni in parchi e villaggi, dove ci accolgono con quelli che erano i costumi tradizionali, ormai usati solo per cerimonie e feste.
Con due pikap assoldati in un mercato ci dirigiamo verso il mote Wilhelm, la montagna più alta dell’isola.
Le condizioni della pista mettono a dura prova sia noi che le macchine, però la gomma ha resistito.
Con una breve scalata fra rocce scolpite dal vento arriviamo su uno sperone che si affaccia sulla valle.
Alcuni di questi gruppi li ritroveremo al Sig Sing di Mount Haghen.
Gli Skeleton Men, con musiche e danze rappresentano storie e leggende legate alle tradizioni della comunità.
Ci viene mostrato un docile Oporsum dalla pelliccia ovattata, e un innocuo serpente che si esibisce per la gioia dei fotografi.
In un angolo del giardino, su un altare fanno bella mostra teschi e mascelle di animali sacrificati.
In un altro villaggio vediamo la continua lotta degli uomini con gli spiriti che si crede condizionano nel bene e nel male la vita di tutti.
Le donne si danno al gioco dello schioppo. Cantando una filastrocca, modellano della argilla fino a farne una tazza che poi lanciano con forza a terra. La compressione dell’aria all’interno della tazza genera un schioppo. Quello più forte vince.
Anche qui compriamo oggetti fatti rigorosamente a mano.
Molto coreografica e complessa la scena di un lupo mannaro che molesta le donne del villaggio.
La forza del lupo è tutta concentrata nella lunga coda, che gli uomini cercano di tagliare per ridurlo all’impotenza.
Nella valle del fiume Asaro, visitiamo un villaggio di etnia Asaro famosa per i Mud men, gli uomini fango con le pesantissime maschere di argilla cotta che usavano per spaventare gli avversari durante le lotte tribali.
Poi ci mostrano con quanta abilità accendono il fuoco, l’elemento vitale che ha segnato una svolta fondamentale nella evoluzione dell’uomo.
In un villaggio, ci vengono incontro con canti e balli già sulla strada come se sapessero che saremmo arrivati.
Qui ci siamo sentiti catapultati indietro nel tempo, coinvolti nella attività del villaggio, tale è stata la perfezione della messa in scena.
Ci vengono offerte delle patate dolci arrostite con pietre roventi, verdure cotte a vapore dentro una canna di bambù.
Un abile artigiano costruisce un’ascia di pietra.
Tutti i componenti della comunità assistono alla fasta.
All’improvviso, quando meno ce l’aspettavamo, un povero topo viene gettato vivo sul fuoco restando paralizzato.
Chiediamo spiegazioni, ci dicono che il topo è stato sacrificato per noi come massimo segno di ospitalità.
La cosa ci lascia molto perplessi. Alla povera bestia viene prima bruciato e raspato il pelo, poi squartato e cotto dentro una canna.
Capito subito come sarebbe andata a finire, cerchiamo di salutare e andarcene, ma ci fermano dicendo che non possiamo andare se prima non assaggiamo l’oggetto del sacrificio. Solo in tre ce l’abbiamo fatta fra lo sconcerto degl’altri. Ma devo dire che era tenero e gustoso.
Finalmente arriviamo a Mout Haghen, la meta finale del nostro viaggio per assistere allo spettacolo del Singh Singh.
Costeggiamo un mercato immerso nel fango. Poche le merci in vendita, molte le persone che lo frequentano.
In un settore, il mercato dei maiali. Per tutte le etnie pappane, il maiale non è solo una risorsa alimentare ma è soprattutto usato come merce di scambio. Col maiale si possono comprare mogli e terreni. Più maiali si posseggono più mogli si possono comprare.
La guida locale ci propone un’escursione per osservare da vicino l’ormai rarissimo uccello del paradiso.
Sveglia elle tre di notte. Attraversiamo foreste ruscelli ponti e fiumi sotto una finissima pioggerella.
Poi tutti col naso all’insù ad aspettare che qualche esemplare si facesse vivo.
Dopo un’ora d’attesa al limite del torcicollo, finalmente arriva un maschio che si ferma solo pochi secondi per poi sparire fra le fronde, lasciandoci con un palmo di naso.
Per farsi perdonare la guida ci porta in un logg dove è stata allestita un mangiatoia, e si possono osservare stando comodamente seduti sorseggiando un caffè.
Finalmente arriva il giorno del Singh Singh, ovvero il festival del folclore, che non è solo un’esplosione di colori e musiche, ma è una rappresentazione delle culture delle etnie pappane.
Vi partecipano oltre cento gruppi con duemila figuranti.
Ogni gruppo rappresenta una comunità, una congregazione o associazione di artigiani.
Per due giorni passano ore a truccarsi con colori naturali, per poi sfilare sotto gli occhi compiaciuti dei politici che danno all’avvenimento grande valore propagandistico.
Gli ornamenti indicano per ciascuno individuo lo stato civile l’età e il grado sociale e tribù di appartenenza.
I guerrieri usano acconciature fantastiche utilizzando tutto quello che la natura può offrire: Foglie pietre ossa e piume pregiate , per questo quelli che ci rimettono di più sono gli uccelli più rari ed in particolare l’uccello del paradiso in via di estinzione, cacciato proprio per le lunghe piume colorate.
Già prima di entrare nello stadio dove sfileranno, tutti si caricano provando e riprovando il proprio pezzo, fondendosi in un unico concerto di suoni e balli.
Fuori dallo stadio i gruppi si posizionano secondo l’ordine di chiamata. Più si avvicina il momento dell’entrata più la tensione sale.
In occasione del Sing Sing, affiora l’orgoglio della tribù o del gruppo di appartenenza.
Apre la sfilata un banda di giovani e preparati percussionisti.
Un gruppo di guerrieri da vita alle battaglie tribali dei tempi passati.
Di grande prestigio godono i costruttori di asce di pietra, simbolo di comando e con le quali si possono comprare le donne.
I costruttori di ponti trascinano un tronco.
Le donne sfoggiano pesanti collane di conchiglie e gonne di fibre vegetali.
Quasi tutte hanno un tamburo che scandisce il tempo. Ogni gruppo ha un suo motivo musicale che viene ripetuto continuamente.
Qualche gruppo ha sostituito il tradizionale tamburo con fustini e bottiglie di plastica.
Nei gruppi provenienti dalle coste e dalle isole, si notano i lineamenti somatici, i costumi e i ritmi melanesiane.
Un tempo questi ornamenti servivano per impressionare i guerrieri avversari durante le battaglie tribali.
Oggi la sfida continua per impressionare una giuria che alla fine della sfilata premia il gruppo più caratteristico, provocando spesso la reazione violenta dei delusi.
Il Singh Singh è l’occasione e il modo per tenere vivo il legame con le tradizioni del passato fatte di pratiche magiche e riti ancestrali.
La Papua di oggi guarda al futuro con molte incognite. La presenza dei colonizzatori europei nel passato, australiani e indonesiane oggi, hanno imposto con la forza regole e religioni che non fanno parte della formazione culturale di questi popoli.
Impossibile pensare ad uno sviluppo industriale su modelli occidentali, tanto meno allo sviluppo dell’agricoltura per carenza di strutture e per i terreni non adatti all’impiego di tecnologie avanzate.
Abbiamo sentito dire ai governanti di puntare sul turismo, ma non so quanto questo possa prendere piede in un paese di tali dimensioni, con tempi lunghissimi per essere raggiunto.
Di certo le nuove generazioni attratti dal consumismo si trovano in mezzo a un guado lasciandosi dietro usi e costumi arcaici, per trovarsi sull’atra riva senza storia e senza identità.
Oggi il pericolo maggiore per la Nuova Guinea e rappresentato dalla speculazione delle multinazionali del legno che con la complicità corrotta della classe dirigente, stanno distruggendo le foreste ultima testimonianza di un mondo primordiale.
Noi lasciamo questo paese, dove il tempo e lo spazio sono elementi soggettivi che ogni individuo può ritagliarsi su misura. Torniamo alla nostra vita quotidiana condizionati dai telefonini e dagli impegni da rispettare, con la speranza che non tutto il patrimonio storico e culturale di questo paese vada perduto.
|