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Dopo aver lasciato la strada asfaltata in prossimità di Spitok e attraversato il fiume Indo su di un vecchio ponte, risaliamo, per quasi due giorni il sentiero che conduce al villaggio di Rumbak. Camminiamo a lungo all'interno di una stretta valle poi tra pascoli e campi, dopo aver superato la casa di Yurutze, raggiungiamo Panne Palù, una polverosa località a circa 4400 metri, dove trascorriamo la seconda notte in tenda. Saliamo al valico del Ganda-la, l'aria dei cinquemila metri è sottile, il respiro si fa affannoso ma ci sembra di poter sfiorare il cielo con le dita, la vista può spaziare su tutta la catena dello Stock Kangri sino alle lontane regioni dello Zanskhar e del Kashmir. Dopo aver superato il piccolo villaggio di Shingo continuiamo a scendere verso la valle del fiume Markha, isolata e nascosta tra montagne brulle e inospitali, è stata per secoli il nascondiglio naturale dove i sovrani ladakhi si sono rifugiati per sfuggire agli invasori che dal Kashmir risalivano il fiume Indo in cerca di facili bottini. La mattina ripartiamo dal villaggio di Skiu, dominato da un suggestivo Gompa incustodito e ci incamminiamo lungo la vallata incontrando spesso carovane di cavalli che trasportano i rifornimenti necessari alla popolazione locale sollevando una grande quantità di polvere. Il Ladakh è un deserto di alta quota: solo nei fondovalle lungo le rive dei fiumi si può camminare tra il verde dei prati, i pioppi, i salici, le siepi. Spesso incontriamo strani edifici: i " chorten " un termine tibetano che vuol dire "ricettacolo della legge". Per alcuni studiosi, le cinque forme geometriche sovrapposte (cubo, sfera, cono, calotta , falce di luna) che compongono il "chorten" simboleggiano i cinque elementi del cosmo (terra, acqua, fuoco, aria, etere), i cinque i centri di forza del corpo dell'uomo (addome, ombelico, cuore, gola, cervello) e cinque i Budda supremi. Il villaggio di Markha è più importante della valle, sorge a ridosso di una collina in cima alla quale in un piccolo Gompa con annesso monastero, assistiamo ad una funzione religiosa officiata da un giovane monaco. Lungo il cammino, ogni tanto, troviamo qualche ponte crollato e allora per riprendere il sentiero sull'altra sponda, cerchiamo il punto dove il fiume è più stretto oppure l'acqua è più bassa per attraversarlo. Siamo all'inizio dell'autunno la gente dei villaggi è impegnata nei campi per la mietitura, il trasporto e la battitura dell'orzo. L'alimentazione ladakha è monotona e frugale basata fondamentalmente su pochi alimenti: latte , burro, the, e "tzampa" (farina di orzo tostata) spesso combinati tra loro in vario modo; la carne non viene consumata perché per il buddismo l'abbattimento di un animale è un grave peccato da scontare con un karma negativo nel successivo ciclo di vita. Dopo tre giorni di cammino, finalmente, vediamo, in lontananza la sagoma del Kang Yatze. Stiamo attraversando una regione caratterizzata da forti contrasti: il caldo del giorno e il freddo pungente della notte, la neve e il deserto, il giallo dei campi di orzo maturo ed il verde dei pioppi, il blu cobalto del cielo e gli straordinari colori delle montagne. La mattina al campo, sotto la morena a circa cinquemila metri di altezza, nevica e fa molto freddo, di conseguenza la salita del Kang Yatze è rinviata al giorno successivo se il tempo migliorerà. Trascorriamo la giornata nella tenda mensa a chiacchierare, a bere teh e poi a scaldarci intorno al fuoco acceso con lo sterco di yack. Alle sei del mattino il primo raggio di sole, mai tanto atteso, ci annuncia una bella giornata e, soprattutto, ci toglie dal gelo contro cui stiamo lottando dalle due della notte, da quando, cioè, abbiamo lasciato le tende per tentare la salita del Kang Yatze. La montagna è battuta da un forte vento: sicuramente c'è molta neve fresca e bisognerà fare attenzione anche al rischio di staccare una valanga. Angdu, la guida ladakha, ha speso tutte le sue energie nell'avvicinamento alla montagna e sempre più spesso si ferma e si siede sulla neve, le ore passano ma la cima rimane sempre molto lontana. Se vogliamo avere successo, dobbiamo cambiare l'ordine di progressione della cordata e raggiungere la cresta dove c'è meno neve; Vittorio si mette in testa e ritroviamo lo slancio e la forza per arrivare in vetta. Il giorno dopo ci incamminiamo verso il villaggio di Nimaling (il posto del sole) le donne ci salutano, resteranno ancora pochi giorni poi riporteranno le greggi a valle dove trascorreranno il prossimo inverno. Sul Kongmaru-La, l'ultimo valico a 5200 metri, le bandierine colorate esprimono la gioia che proviamo: ce l'abbiamo fatta!! Un ultimo sguardo verso il Kang Yatze e la Markha Valley poi una lunghissima discesa ci conduce di nuovo nella valle del fiume Indo. Entriamo nel villaggio di Hemis, il Monastero, uno dei più interessanti del Ladakh, è stato costruito nel 1605 in un luogo appartato e nascosto dove si è salvato dai saccheggi che nei secoli scorsi hanno distrutto gran parte degli altri luoghi sacri circostanti. Il misticismo è così forte che ha fatto nascere, tra le altre, anche la suggestiva leggenda, di un profeta di nome Issa (Gesù), considerato un'incarnazione di Budda, giunto in gioventù nel monastero per apprendere gli elementi della dottrina buddista. Sulla la strada che da Leh conduce a Srinagar si trova il monastero di Lama-Yung-Drung corretto in Lamayuru, costruito tra il 1143-1212 e il suo nome vuol dire: la ruota del sole (svastica del Lama); il luogo dove è stato edificato è da sempre considerato santo. Il monastero di Likir (il cerchio dei Naga uomini serpente) è uno dei più antichi, risale al 1115 e ospita una delle più importanti comunità religiose. Il Lamasterio di Thikse arroccato in cima alla collina risale al 15° secolo ed è sorto sui ruderi di un precedente edificio del 1100; per la quantità di offerte che riesce a raccogliere, è considerato uno dei più ricchi e meglio tenuti del Ladakh. Nel tempio di Shey dedicato a Sakyamuni ammiriamo la grande statua in bronzo dorato di Budda fatta costruire nel 1633 dal re ladakho Deldan. Ma la nostra avventura non è ancora finita: dopo aver noleggiato tre fuoristrada percorriamo la strada che da Leh giunge a Upshi poi, dopo il bivio per Manali, proseguiamo risalendo tra polvere e scossoni la valle dell'Indo sino a raggiungere le desolate solitudini della regione del Rupshu. Siamo al confine con il Tibet cinese nelle terre più alte e più fredde del Ladakh dove non esiste alcuna possibilità di coltivazione: il fondovalle è situato a ben 4200 metri! Il paesaggio lunare è di una bellezza selvaggia. La sera quando giungiamo al lago Tso Moriri ed entriamo nel villaggio di Karzok, sulla piazza davanti al monastero le donne, nei loro tipici costumi si attardano a chiacchierare prima che il freddo della notte costringa tutti a chiudersi in casa. Il giorno dopo seguendo la mandria di yak arriviamo all'accampamento dei nomadi Chang-pa una delle popolazioni più tenaci che abitino il nostro pianeta. Conserva abitudini di vita immutate nella storia e vive anche d'inverno a temperature impensabili nelle "rebo" , tende costruite con il pelo degli yak. Avvertiamo la sensazione di essere in un luogo senza tempo, collocato in uno spazio estremo, immagini di un'altra epoca: bambini , volti di donne, s'imprimono in modo indelebile nella nostra mente. Dentro una tenda il fumo sale lentamente verso il soffitto ed esce da un foro verso il cielo, una vecchia accudisce il fuoco che si agita sotto la pentola; stupiti e confusi, noi, non riusciamo a capire se siamo dentro o fuori dal sogno.
Tutti gli uomini sognano. Non però allo stesso modo. Quelli che sognano di notte nei polverosi recessi della mente si svegliano al mattino per scoprire che il sogno è stato vano. Ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, giacchè ad essi è dato di vivere i sogni ad occhi aperti e far si che si avverino…
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