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Il Bangladesh è una piccola parte dell' India, corrispondente al Bengala orientale, rimasto legato al Pakistan dopo la spartizione dell' Impero inglese nel 1947 e diventato indipendente con il nome di "Repubblica del Popolo Bengalese"con la guerra di liberazione del 1971.
Stiamo entrando nella regione di Rajshahi, a nord-ovest del paese,una della più vaste, che comprende il 25% della popolazione totale che ammonta a 130milioni. Valichiamo il Bramaputra, che qui si chiama Jamuna sul moderno ponte lungo 6 Km.
In questa regione si trovano diverse testimonianze del passato, come le mura della cittadella di Mahastangarh, la cui storia spazia dal IV sec. A.C. al XIV dell'era cristiana: racchiude una superficie di quasi 2 chilometri quadrati, dove si elevano templi, moschee e tombe, espressione delle diverse civiltà succedutesi nai secoli. Oggi è un terreno di campagna dove si aggirano poveri contadini e animali al pascolo.
Poco lontano dalla cittadella scorre il fiume Karatoia, dominato dall'alto di una collina dai resti del tempio induista dedicato al dio Govinda. Tutti questi monumenti sono costruiti in laterizio, a differenza della maggioranza di quelli indiani, data l'assenza di cave di pietra nel delta del Gange.
A Paharpur sorgono i ruderi di un grande tempio buddista, eretto nell' VIII sec. D.C. dalla dinastia dei Pala. Delle mura esterne, il cui perimetro misurava 280 metri di lato, è rimasto solo il basamento, e così pure dei tempietti e stupa collaterali.Troneggiano al centroi monumentali resti del tempio principale, che era alto circa 20 metri. Tutt'intorno nel piedistallo si vedono ancora numerose formelle di terracotte istoriate. Su ogni lato del tempio si apriva una grande cappella, dove possiamo immaginare un' enorme statua del Budda.
A Puthia nella caligine del mattino improvvisamente ci troviamo di fronte al tempio di Shiva, che si specchia in un laghetto. E' un tipico edificio sacro a 5 guglie, molto comune in India, solo che è rimasto spoglio di quasi tutti i bassorilievi che lo ornavano, andati distrutti durante la guerra di liberazione. A differenza di Paharpur, che è solo una testimonianza archeologica del buddismo in Bengala, Puthia è una cittadina ricca di templi che ci ricordano come la presenza induista nel Bangladesh raggiunga circa il 10% della popolazione. Il fascino dei templi di Puthia è dovuto al rivestimento esterno di mattonelle in cotto e ai tetti a cupola conica e ondulante. Fra i templi c'è anche un Rajbari, alla lettera "palazzo del Raja", eretto sul finire dell'800 ed oggi sede di un collegio, Il più famoso tempio è nascosto dietro al palazzo: dedicato al dio Govinda, è ricco di scene tratte dall'epica indù, che sembrano coprire la facciata come un tappeto orientale.
Siamo arrivati sulle sponde del Gange che qui si chiama "Padma", nei pressi di Rajshahi, sul confine indiano. Gli uomini scendono al fiume e si immergono nell'acqua secondo l'uso indù, benchè i seguaci del Profeta siano altrettanto dediti alle abluzioni. Il fiume si presenta così largo da non lasciar vedere la riva indiana, ma così povero di acqua che molti si avventurano a piedi sul letto in parte prosciugato e ridotto a pascolo. La costante presenza di bovini,talora protetti da una coperta contro i rigori dell'inverno, è un altro segno di rispetto per l'induismo. L'argine del Gange offre uno spaccato della vita che si svolge alla periferia della città: dalla baraccopoli formata da vari materiali di ripiego, come lamiera ondulata, stuoie di canne e paglia, si fanno vivi bambini vocianti e donne in safari variopinti a volto scoperto: molte hanno in mezzo alla fronte la "tikka", il segno rosso che conraddistingue la donna induista sposata. Sono messi a seccare al sole escrementi di vacca infilzati su degli "spiedoni"di legno da utilizzare come combustibile: una donna ne trasporta un fascio sulla testa. E' gente che vive ai margini della società civile, ma con una certa dignità, nutrendosi dei pochi beni ricavati dalla terra del Gange e dagli animali di allevamento. Sulla strada si mette ad asciugare il riso, ricavato dalle piccole risaie che si distendono nei dintorni dell'argine.
Rajshahi è una città relativamente prospera, che vanta l'industria della seta e una sede universitaria. Ci fermiamo di fronte a un tappezziere intento al suo lavoro. I riksciò riempiono come sempre di colore il traffico cittadino. Dal tronco al mobile finito: una tipica falegnameria bengalese. La città oggi è al centro di una vertenza sindacale: manifestazione di piazza e sciopero generale che ha fermato tutto il traffico degli autobus, compreso il nostro. I lavoratori protestano contro il regime della Begun Kaleda Zia, la donna al potere che sorride da questo manifesto. A causa dello sciopero abbiamo il tempo di visitare anche lo zoo, dove, oltre a una tigre del Bengala nascosta nel fondo della sua gabbia, si trovano due gaviali del Gange.
Valicando il Gange sul ponte autostradale lasciamo la regione di Rajshahi per entrare in quella di Khulna, in gran parte occupata dal delta. Qui il rapporto fra acqua e terre emerse è ai livelli più alti del globo ed è moto variabile a seconda delle stagioni: in tali condizioni i traghetti sono indispensabili per i collegamenti stradali.
In un paese abitato per quasi il 90% da musulmani, a Bagerhat finalmente visitiamo la prima moschea. E' uno strano islamismo quello del Bangladesh: raramente la mattina siamo svegliati dalla voce del muezzin, l'autista non si ferma mai per le preghiere rituali. Ora nella moschea Shait Gumbad apprendiamo che fu Khan Jahan Alì, proveniente da Dheli, a introdurre l'islamismo nel Bengala nella metà del XV secolo, e da allora la città di Bagerhat è diventata il centro religioso del paese. Questa moschea, il cui nome significa "dalle 60 cupole", anche se ne conta 77, con la grandiosa sala di preghiera ad arcate sorrette da pilastri, rende il giusto merito all'arte islamica. Un'altra moschea ha il record della cupola più grande del Bangladesh con un diametro di 11metri. Il mausoleo più venerato è la tomba di Khan Jahan Alì, circondato da un massiccio recinto. Il sepolcro è coperto da un tessuto verde e posto sotto un baldacchino ricamato.
Dal porticciolo di Mongla partiamo per la crociera sul delta formato dalla confluenza del Gamge nel Bramaputra. Qui Salgari aveva ambientato "I misteri della Giungla Nera", iniziando il suo romanzo con queste parole" nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste Sanderbans: non città, non villaggi, non capanne, solo immense piantagioni di bambou, appestate dalle esalazioni di migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle acque avvelenate dei canali." Ma Salgari si sbagliava quasi su tutto: solo qualche misero resto dei cadaveri cremati sulle rive del Gange può finire nel fiume; in quanto ai bambou, essi non fanno parte della vegetazione del delta, costituita invece dalle mangrovie, diverse famiglie di piante adattatesi ai terreni paludosi salmastri. La giungla nera, covo dei Thugs strangolatori della fantasia salgariana, è diventata il parco nazionale di Sanderbans, che si trova per 1/3 in India e per 2/3 in Bangladesh.
Al crepuscolo scendiamo dal battello per percorrere in barca uno stretto canale che si inoltra nella giungla: rimanendo silenziosi cerchiamo di carpire i suoni provenienti dalla boscaglia, ma solo qualche cinguettio di uccello e un bramito di cervo lasciano immaginare tutta la vita che si svolge nel folto delle mangrovie. Incrociamo qualche barca carica di legname, che è una risorse del parco. Il flusso della marea si propaga fino all'interno del delta e se ne vede il segno sui tronchi degli alberi.
L'ultima notte del 2004 è trascorsa tranquilla sul battello ancorato in mezzo al canale. Nessuna tigre del Bengala, delle 400 che ancora vivono nel parco è venuta a turbare il nostro capodanno. Il primo sole del 2005 sorge fra la nebbia. Ripresa la navigazione, passiamo davanti a una delle stazioni forestali, le uniche abitazioni lungo i canali che ospitano il personale di sorveglianza del parco, e alcune hanno anche qualche camera per i turisti. L'attenzione per i pescatori si alterna in continuazione con quella per gli uccelli, anzi per un solo airone che si sposta davanti a noi impaurito dal motore della barca. Riusciamo così a coglierlo spesso in volo e a riprenderne qualche decollo e atterraggio. Le numerose imbarcazioni che solcano i canali sono qulle dei pescatori, che nei mesi invernali sono autorizzati a venire nel delta, molto ricco di pesci e crostacei. Alcuni provengono con pescherecci da molto lontano e proseguono nei canali con le barchette, altri sono detti "zingari del mare" e vivono con la famiglia su piccole imbarcazioni coperte. Altra attività redditizia è la produzione di miele, praticata dai cosiddetti "maualis", che dando la caccia agli alveari selvatici nella giungla sono i più soggetti a divenire vittime della tigre. Nell'indice di sviluppo delle Nazioni Unite, il Bangladesh è situato al 146° posto su 173, ma come molti paesi sottosviluppati ha l'orgoglio di possedere nella capitale un edificio all'avanguardia: l'assemblea nazionale, disegnata dal grade architetto americano Louis Kahn. Il Curzon Hall, sede della facoltà di scienze dell'Università, è il miglior esempio di stile coloniale Moghul, che risale a un secolo fa. Girando in mezzo al traffico della città, ci fermiamo di fronte all'Alta Corte, nell'epoca coloniale sede del governatore inglese. Uscendo da Dhaka verso sud-est, attraversiamo il Meghna river che confluisce nel Gange, andando ancora ad ampliare il delta che sembra senza confini.
Sullo sfondo delle risaie, che si estendono ai lati della strada, si scorgono numerose ciminiere fumanti: sono le fornaci dei mattoni, unica risorsa edilizia in un paese fluviale. Osserviamo tutte le sequenze della lavorazione, dall'argilla che viene impastata in un pozzetto, alla suddivisione dei singoli mattoni che vengono lasciati ad asciugare al sole prima di portarli verso la fornace. Ci fermiamo in un villaggio, dove uno dei nostri, che ha portato un carico di vestiario e giocattoli, viene assalito dai bambini a anche dalle madri. Ci accorgiamo che si tratta di una comunità induista, che adora la dea Kalì, della quale vediamo la statua con due vittime sanguinanti ai piedi, anche se sembrano dei fantocci privi di quella crudeltà che ispira di solito tale idolo. Il capo villaggio ha un po' di grinta, ma è ben lontano dai seguaci della dea Kalì che facevano parte della setta dei Thugs.
Arriviamo sul lungo ponte che valica il fiume Karnaphuli, emissario del lago Khaptai, andando a formare il porto di Chittagong, la seconda città del paese. Una curiosità di Chittagong è il cimitero delle navi: petroliere e carrette del mare vengono da tutto il mondo per essere disarmate in questo cantiere nei pressi del porto. Al largo si vedono navi in attesa, più vicino altre sono già state parzialmente demolite. Un mausoleo di Chittagong: lo Zia Memorial Museum, un edificio costruito dagli inglesi nel 1913 in stile Tudor, dove nel 1980 fu assassinato Zia Rachman, marito dell'attuale presidente Zia Kaleda, è diventato il museo commemorativo del defunto. Il tramonto a Chittagong: sulla spiaggia alcune centinaia di abiatnti della città danno l'ultimo saluto al sole.
Rangamati è la principale cittadina sul lago Khaptai, che dal 1960 con lo sbarramento del fiume Karnaphuli ha sommerso le terre dei Chakma, uno dei popoli tribali abitanti in queste zone collinari ai confini con l'India e la Birmania. Oggi il lago è una meta turistica, anche se per gli stranieri è necessario un permesso speciale per visitarlo sotto scorta armata, perché i Chakma, privati delle loro terre e pressati dall'immigrazione dei bengalesi, scatenarono una rivolta che ebbe termine solo pochi anni fa. Queste collime. chiamate "Hill Tracts" sono coperte da una vegetazione tropicale, comprendente bambou, banani e alberi di tek introdotti dagli inglesi nell'800 dalla vicina Birmania. C'è un traffico commerciale abbastanza intenso che collega i vari villaggi abitati dai Chakma con il centro di Rangamati, dove predominano i bengalesi: il carico più comune è il legname oltre alle derrate alimentari. Con il metodo tribale di bruciare i campi nei mesi invernali e di seminare con le prime pioggie di aprile, i contadini ottengono un buon raccolto, oltre che di riso anche di cotone,mais,banane e frutta tropicale. I Chakma appartengono ai popoli di ceppo sino-tibetano, emigrati nei secoli passati dalla Birmania, sono prevalentemente buddisti. Entriamo in un villaggio dove una ragazza sta lavorando al telaio nel cortile della casa. Le abitazioni sono fatte in bambou con le pareti a graticcio spesso colorato a tinte vivaci, di solito sopraelevate su una piattaforma. Un'altra donna ci offre in vendita una coperta variopinta. Si vedono in giro solo donne e bambini per non parlare dei cani. La società dei Chakma è prevalentemente matriarcale: la donna è la regina della casa, l'omo lavora i campi, va a caccia e a pesca nel lago.
Questi due uccelli spazzini ci dicono che siamo ritornati sulle Hill Tracts, a sud del lago Khaptai, nella zona di Bandarban, dove le colline sono più aspre e selvagge: non si va in barca, ma a piedi per un'intera giornata alla scoperta di altre tribù. Ci fa da guida un appartenente alla comunità dei Bhom, che visitiamo per prima arrivando al centro della piazza, dove si erge una chiesa con la croce e la scritta "Baptist Church". I missionari battisti sono arrivati da lontano per convertire una popolazione probabilmente animista, perché ben difficilmente si possono convertire dei buddisti. Il villaggio dei Bohm è molto grande e più organico dei piccoli insediamenti dei Chakma, distribuito su tre diverse colline. Le attività delle donne sono però le stesse: lavori al telaio, vendita dei tessuti, cura dei figli. La comunità è piuttosto animata: sembra si sia sparsa la voce del passaggio degli stranieri e tutti sono venuti a vedere. Una ragazza si sta lavando alla fontanella. Saliamo verso un'altra chiesa più piccola ma più graziosa,che ha ancora la stella di Natale: La guida stessa si esibisce nel suono del tamburo nell'interno della chiesa. Sul sentiero fra un villaggio e l'altro vediamo i campi anneriti dal fuoco dei contadini, il verde intenso delle risaie e le piantagioni di banane. In cima a una collina ecco il piccolo villaggio dei Marma,il più diffuso popolo tribale dopo i Chakma. Aspetti di di vita contadina: pollai a palafitta, gerle per il trasporto del raccolto, fette di rapa e peperoncino messe e seccare. Siamo ospiti della famiglia del capo villaggio al completo: finalmete un uomo in casa con moglie e figli! In un angolo un altarino buddista. Uscendo dal paese vediamo il tempio buddista accanto a un enorme baniano, l'albero sacro a Budda. Nell'interno una parvenza di stupa in bambou con bandiere di preghiera. Veduta sul fiume Sangou che scorre fra le colline. La guida ci vuole far vedere come una donna riesca a portare un carico pesante di bambou sulla testa. L'ultimo gruppo etnico è quello dei Tripura,diffuso nella vicina India, dove dà il nome a una regione a est del Bangladesh. Il villaggio è invaso da bambini di tutte le età, le poche donne che si vedono in giro esibiscono cascate di collane. I Tripura di questo villaggio sono prevalentemente cristiani: ne incontriamo uno cattolico che frequenta il collegio di Dhaka. Queste sono le diverse sfaccettature delle società tribali nel Bangladesh.
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