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Dopo parecchi anni di rinvii, finalmente si va in Indonesia.
Con un lungo volo da Francoforte, facciamo scalo all'aeroporto si Singapore, una città nella metropoli, punto d'incontro e di scambio per tutto l'oriente.
La prima cosa che notiamo è il gran numero di mascherine che le persone usano per difendersi da influenze e infezioni varie.
Qualcuno incontra l'amica che non vedeva da tempo e approfitta per fare quattro chiacchiere.
Noi aspettiamo di riprendere il volo che ci porterà a Jiacarta e poi e Kuta nell'isola di Bali. Arriviamo a Kuta a notte fonda, ma guarda caso il nostro hotel si trova sulla strada principale a pochi decine di metri da bar e discoteche.
Come per incanto la stanchezza accumulata in trenta ore di viaggio svanisce, ed io e Flavio, un giovane stilista di moda, ci tuffiamo nel frastuono della movida balinese, fra fiumi di birra, oceani di alcolici e sorrisi di ragazze.
Bali ci ha conquistato.
Spenti le luci e il frastuono della notte, al mattino Kuta ci appare nella sua dimensione umana. Si cancellano le tracce lasciate della notte, riprende l'attività di tutti i giorni.
Qualcuno pensa già alla notte che verrà.
Le donne balinesi, belle di una bellezza solare, ringraziano gli dei Indù per il dono della vita. L'induismo fu portato sull'isola da guerrieri e mercanti indiani nel 2° e 3°secolo A.C. La cerimonia delle donazioni si svolge tutti i giorni in tutti i luoghi. In tutte le case c'è un tempietto o una semplice cappella dove porre i doni per gli dei: fiori, frutta, riso e profumi.
Dove non c'è una cappella , il vassoio viene posato direttamente sul marciapiede. L'offerta di doni e il tintinnio dei campanelli assumono il significato di ringraziamento agli dei che hanno voluto fare di Bali una copia del loro paradiso.
Il 90%della popolazione balinese professa una particolare forma di l'induismo basata sulla correttezza e la fiducia nel prossimo.
Trapiantata a Bali, la religione Indù si fuse con gli elementi sociali e culturali dell'isola fino a diventare, come oggi si presenta, un miscuglio di induismo, buddismo e animismo indigeno. Per i balinesi nessuna azione può essere perfetta se non è accompagnata da una offerta alla divinità, nessuna giornata può essere completa senza il prescritto rituale quotidiano.
Il dio principale è Brama, ma ci sono anche altre divinità. Le due più conosciute sono: Shiva il distruttore e Vhisnu il conservatore. La distruzione e la fertilità sono collegate attraverso l'energia femminile di Shiva e Pervati. Il culto di Vhisnu pone l'accento sulla devozione e sul dovere.
Negli ultimi decenni si sta assistendo al tentativo di stravolgere la cultura balinese ad opera di frange di fondamentalisti islamici provenienti dall'isola di Jiava prevalentemente musulmana, con sanguinosi attentati che hanno provocato centinaia di vittime innocenti attuati per colpire la fiorente economia di Bali basata sul turismo.
Bali detta l'isola degli dei, è il posto sognato da chi ama spiagge dorate, relax e divertimenti di ogni genere. Delicate mani di massaggiatrici liberano dallo stress accumulato in mesi di lavoro fra ipocrisie e conformismo.
La spiaggia di Kuta è un punto d'incontro per turisti provenienti da tutto il mondo. Fabio, col suo perfetto inglese attacca bottoni a destra e a manca.
Per gli amanti del Serf è un vero e proprio paradiso. Onde alte e lunghe si adagiano sulla larga spiaggia di sabbia bianca.
Lasciamo Kuta per iniziare il nostro viaggio per conoscere questo paese alla ricerca di nuovi emozioni.
A Ubud, visitiamo il mercato dei profumi, frequentato quasi esclusivamente dalle donne. Una miscela di odori si fondono in un profumo che penetra nel corpo con una sensazione di freschezza e allegria.
Sull'isola di Bali basta muoversi in qualsiasi direzione per immergersi nella magica cultura della religione balinese.
A Bali ogni stadio della vita, dal concepimento alla cremazione è accompagnato da una serie di cerimonie e rituali che costituiscono la base della vita nella società.
Lungo una strada ci imbattiamo in un funerale di rito indù. Contrariamente alla nostra cultura, non si vedono lacrime o turbamenti evidenti. La morte non è intesa come la fine della vita, ma come l'inizio di una nuova con la speranza che l'anima si possa reincarnare in un individuo che abbia una vita migliore della precedente.
Il corpo del defunto viene posto su un altare. I partecipanti al rito portano cesti di doni per gli dei, mentre i bramini intonano canti religiosi. Poi il corpo sarà posto in una cassa e caricato sul un carro funebre trainato da un toro di carta pesta, che sarà dato alle fiamme nel luogo della cremazione. Il toro traghetterà l'anima in cielo dove sarà destinata ad una nuova reincarnazione.
A Bali templi grandi e piccoli si susseguono l'uno dopo l'altro. Uno dei più interessanti è il Goa Gajah. Il tempio è formato da una serie di fontane per le abluzioni e un lungo cunicolo scavato nella roccia, al termine del quale vi è una vasta sala con la statua di Ganesha il dio con la testa di elefante. Tutti posiamo per la foto ricordo fra sacro e profano.
Vicino ai templi, bancarelle di souvenir e tessuti artigianali. In tutti i templi di Bali, riti e cerimonie si tengono in tutti i mesi dell'anno. Feste che richiamano migliaia di fedeli e pellegrini che portano doni agli dei in una esplosione di colori, profumi e musica.
Il tempio di Besakih si eleva lungo i fianchi di una collina a circa mille metri di altitudine. Si tratta di un complesso di templi ritenuto il più antico e venerato dell'isola. Nel 1963 fu quasi distrutto dall'eruzione del vulcano Angun. Figure mostruose sono posti ha fare da guardia per spaventare e tenere lontani gli spiriti del male. Durante i trasferimenti spesso incontriamo classi di studenti che allineati e corretti marciano cantando per le via delle città.
Ci fermiamo in un ristorante tipico posto in cima ad una collina, allietati dalla musica popolare balinese.
Il cibo e ottimo e gustoso, il paesaggio mozzafiato. Sul pendio della collina, verdi terrazze coltivate a riso, divenute ormai uno dei simboli di Bali.
Poco prima del tramonto, arriviamo a Gilimanuk, dove c'imbarcheremo per Java.
Nel piccolo villaggio in periferia dove pernottiamo, abbiamo la possibilità di conoscere la semplicità e il decoro degli abitanti. Possiamo girare fra le stradine accolti da sorrisi e voglia di comunicare. Qui il tenore di vita non è certo quello di Kuta
Le uniche attività per questa gente, sono la pesca e la raccolta dei gusci di cocco per farne delle tazze.
Sulla spiaggia grigia, qualcuno aspetta un futuro migliore. Lasciamo Bali dove torneremo fra due settimane, per l'isola di Java. La traversata richiama lo stretto di Messina. Le uniche differenze sono: le scritte sui traghetti e la lingua parlata dal giovane comandante. A Jiava ci immergiamo in lussureggianti foreste tropicali fra le più antiche della terra.
Il nostro pulmino si arrampica come può su sterrate dissestate mettendo a dura prova meccanica e motore.
Vaste culture di caffè della migliore qualità Arabica, hanno preso il posto della flora tropicale. Incontriamo una squadra di raccoglitori, prevalentemente donne e ragazzine che hanno appena finito la raccolta della giornata.
La nostra presenza genera un pò di scompiglio, tutti si lasciano fotografare con allegria, dimenticando le fatiche della giornata. Le bacche raccolte vengono pesate e registrate. Le persone addette alla raccolta sono divise in gruppi e sono pagati in base alla quantità caffè raccolto.
Finita la giornata si torna a casa.
Le bacche raccolte vengono portate in uno stabilimento dove saranno estratti i chicchi, che essiccati e selezionati saranno esportati in tutto il mondo Italia compresa.
Nei pressi dello stabilimento, è sorto un piccolo villaggio abitato da un migliaio di persone impegnati nella coltivazione del caffè.
Qui lontano dalle città toccati dal turismo e dal consumismo si vive in una dimensione fuori dal tempo, si respira un'aria che profuma di cose semplici . Nel reticolo di stretti vicoli quasi bui, le famiglie vivono in piccoli spazzi senza confini. Ovunque, momenti di vita quotidiana ripetuti nel tempo.
Anche qui l'accoglienza delle persone è improntata sulla discrezione ed il sorriso.
Per i bambini della scuola, è un avvenimento che non si lasciano sfuggire, non capita tutti i giorni incontrare persone che parlano un'altra lingua.
In fondo alla valle, fra un alveare di capanne adibite a stalle per le bestie, scorre un impetuoso ruscello di acqua sulfurea.
L'acqua, alimenta alcune vasche dove tutti possono fare il bucato e il bagno.
Le vasche sono divise fra uomini e donne . Alcune di esse mi invitano ad entrare.
Dietro l'insistente invito di una simpatica ragazza faccio anch'io un salutare bagno nella acqua calda.
La mattina all'alba affrontiamo la scalata del vulcano KAWAH IJEN. L'aria è fredda e umida.
L'Ijen, è un importante fonte di zolfo che ogni giorno viene raccolto e portato a valle da uomini che come schiavi sono condannati ai lavori forzati.
Nella sola isola di Java sono un centinaio i vulcani attivi che la rendono altamente sismica. L'ultimo terremoto che ha causato danni e vittime, è avvenuto una settimana dopo la nostra scalata in agosto 2009.
Il Kawan Ijen è alto circa 2000 metri coronato da un grande cratere spazzato da un forte vento che punge i polmoni. Le esalazioni gassose emanate delle fumarole bruciano qualsiasi forma di vita e avvelenano l'acqua del lago che si è formato in fondo al cratere.
In questo ambiente soffocante, si consuma la vita di uomini che da questo lavoro ricavano l'unica fonte di guadagno per mantenere le famiglie, rischiando la salute e a volte anche la vita. Scendere all'interno del cratere è come scendere all'inferno.
Giunti sul fondo dove sgorga e si solidifica lo zolfo, a mani nude riempiono le ceste e riprendono la salita sotto il terribile carico di 80, 100 kg . Un vero calvario in un ambiente ostile saturo di gas che moltiplica lo sforzo e la fatica. Ma questi dannati sanno resistere ai gas proteggendo bocca e naso con uno straccetto bagnato. Cosa che mi consigliano di fare, se non voglio perdere i sensi.
Spesso il sole è oscurato dal fumo denso spinto, dal vanto che cambia continuamente direzione.
Malgrado il viso è segnato dalla sofferenza, questi uomini, non perdono mai l'occasione per un sorriso. Il sentiero lungo la ripida parete del cratere è su un terreno friabile, bisogna fare molta attenzione a non scivolare col pericolo di sfracellarsi sulle rocce o annegare nelle acque avvelenate del lago.
Il lago che si è formato è una miscela di acidi solforico e cloridrico. Ogni tanto sul fondo, si formano delle bolle di gas tossici che quando esplodono in superficie uccidono chiunque si trovi all'interno del cratere. Negli ultimi decenni in varie esplosioni sono morti cieca 80 persone.
L'ultima parte del sentiero che si arrampica sull'orlo del cratere richiede uno sforzo sovraumano per la stanchezza accumulata e il dolore alle spalle sotto il carico dei cesti con l'oro dei dannati. Una condizione disumana che forse neanche la fantasia del sommo poeta ha immaginato.
Giunti al posto di controllo lungo la discesa, il carico viene pesato e registrato. Per ogni carico il ricavato è di un Euro e 50. Qualcuno riesce a fare anche due viaggi al giorno.
Il tempo per mangiare qualcosa e poi giù per la discesa. Lo zolfo, raccolto ogni giorno, circa 5 tonnellate, viene in gran parte utilizzato dalle multinazionali della gomma.
Per disintossicarci e recuperare un po' di forze, ci fermiamo in un piccolo villaggio di pescatori dove mangiamo dell'ottimo pesce appena pescato.
Qui incontriamo un battaglione di sommozzatori della polizia, impegnati in una esercitazione. Conosciuto il comandate, le ragazze fanno qualche foto e scambiano qualche indirizzo.
La mattina successiva con un'altra levataccia alle tre di notte, saliamo a quota 2400 sul cratere del vulcano TENGGER, da dove si può ammirare uno dei panorami più suggestivi di tutta l'indonesia.
Alle prime luci dell'alba dalla nebbia stagnante in fondo al grande cratere, appaiono come se galleggiassero su un nuvola, i tre coni dei vulcani che lentamente si colorano colpiti dai tiepidi raggi del sole. Il più attivo dei tre è il GUNUG BROMO con un suggestivo pennacchio fumante.
Con qualche fatica arriviamo fino sull'orlo del cratere. Dall'alto sembra di essere su un paesaggio lunare.
In mezzo a un traffico assordante di moto scarburate, scoppia un gomma.
Nel giardino botanico dell'hotel, il prof Stefano, ci fa una lezione di botanica .
La lezione è stata illuminante ma ci rimane qualche dubbio.
Lungo una strada ci fermiamo per salutare gli alunni di una scuola.
Proseguiamo il nostro viaggio, su una strada fiancheggiata da risaie. Il riso, coltivato in pianura e colline è l'alimento base nella cucina indonesiana.
Una fitta rete di canali alimenta per caduta le varie terrazze. Il clima equatoriale permette di fare due raccolti all'anno.
Il lavoro più gravoso nella risaia spetta alle donne che si occupano del trapianto e la raccolta. I mezzi meccanici in uso da noi, non sono ancora arrivati e forse mai arriveranno. Lasciamo la zona dei vulcani, per i siti mistici dell'induismo javanese. Arriviamo al complesso dei templi di Probanam.
Quelli che sono rimasti dei 200 templi, sono i più affascinanti della civiltà induista di Java. I templi di questa vasta area sono stati costruiti fra l'ottavo e il decimo secolo D.C. Col declino dell'induismo a Java i templi rimasero abbandonati per secoli.
Varie volte danneggiati da terremoti e predoni in cerca di tesori, all'inizio del 900 cominciano i lavori di recupero dei monumenti più importanti.
Il tempio centrale è dedicato a Shiva. La guglia superiore raggiunge i 47 metri d'altezza.
Nei bassorilievi scolpiti sulle pareti sono rappresentate scene della "Ramaiana", un poema epico della mitologia Javanese.
Molto frequentato da turisti stranieri e locali, è anche un luogo per fare nuove conoscenze e stringere nuove amicizie.
Durante le serate di luna piena la "Ramaiana" viene rappresentata nell'anfiteatro creato davanti al tempio, interpretato da decine di ballerini. Uno spettacolo di luci, musiche e colori in una atmosfera quasi surreale.
La Ramaiana, narra la storia del rapimento di Sita moglie di del principe Rama e di come Hanuman il dio delle scimmie e della sua scimmia bianca Sugriwa riuscirono a liberarla.
Ballerini e figuranti si muovono con grazia in passi lenti ed eleganti. I movimenti di danza sono supportati da una marcata mimica facciale.
La danza, fa parte della vita di tutti i popoli indonesiani. Non c'è cerimonia o rito religioso che non comprende l'esibizione di ballerini impegnati a rappresentare storie e poemi legati alla mitologia popolare. Il fuoco che tutto distrugge, sancisce il ripetersi dell'eterna lotta fra il bene e il male che alla fine vede il trionfo dell'amore.
Lasciato Yogya, ci dirigiamo verso quello che è il più grande tempio buddista presente in Indonesia: il Borobudur.
Posizionato in cima ad una collina che domina su un verdissimo mare di vegetazione, fu eretto fra il 700 e l'800 D.C. A periodi di splendori, subentrarono periodi di declino e abbandono. Per secoli è rimasto coperto da ceneri vulcaniche.
Il Borobudur, ha la forma di una piramide con una base quadrata di 118 metri per lato, disposto su 9 piani a terrazze. Nelle terrazze in cima, 72 statue di Budda siedono all'interno di stupa a forma di campane traforate. I bassorilievi sulle pareti rappresentano il mondo dominato dalla passione e dal desiderio.
Ogni anno a giugno migliaia di buddisti vengono qui da tutta Java e dalle isole circostanti per celebrare il "WAIASK", una grande cerimonia che commemora la nascita e la morte di Budda.
Fra un trasferimento e l'altro, troviamo una cascata d'acqua tiepida molto frequentata dalla gente del posto. Tutti sguazzano fra sorrisi e schiamazzi. Anche noi ci rinfreschiamo i piedi.
Fabio si improvvisa, con successo, parrucchiere per signora. Io che non posso rischiare le macche a tracolla, mi limito ad osservare magliette e pantaloncini attillati.
Con un volo della Garuda Aerlanes, lasciamo Java per l'isola Salawesi.
La nostra destinazione è la regione centrale di Tana Toraja dove s'incontrano culture e villaggi tradizionali dell'architettura unica.
Il popolo Toraja ha conservato usi e costumi ereditati da secoli. Pescatori nomadi i Toraja per fuggire dalle scorrerie dei pirati, nel corso dei tempi hanno occupato l'altopiano dell'isola dove si sono trasformati da abili pescatori a sapienti coltivatori e artigiani.
La prima cosa che si nota è la bellezza delle case dette " TONGKONAM",abitazioni tradizionali erette su palafitte coperte da un tetto particolare.
La Tongkonam simboleggia il prestigio della famiglia che la possiede e non può essere venduta o comperata. Vicino alle case ci sono i depositi del riso che ricalcano la forma della casa. Il tetto è l'aspetto che più colpisce della Tongkonam. Alcuni pensano che raffiguri la testa del bufalo, mentre altri ritengono che il tetto ricorda le barche con le quali i Toraja arrivarono in questa isola. Le facciate sono decorati con motivi geometrici ognuno dei quali ha un significato . Anche i colori hanno una simbologia precisa.
La loro cultura e la religione animista, è pressoché intatta malgrado l'influenza della religione Cristiana.
I Toraja credono in un dio al disopra di tutto, credono in un paradiso detto PUYA dove tutti sperano di andare dopo la morte.
Fra le tante cerimonie, il funerale è il più importante e costoso per i congiunti del defunto. I defunti vengono deposti in tombe scavate nella roccia. Ogni salma sarà rappresentata all'esterno da una statua di legno detto Tau Tau, che proteggono le famiglie dagli spiriti del male.
I bambini piccoli morti prima di mettere i denti vengono sepolti in piccole nicchie scavate in tronchi di alberi ritenuti sacri.
Le cerimonie funebri per gli adulti possono essere fatte e ripetute a distanza di molti anni dalla morte. A volte gli eredi devono lavorare per anni per mettere da parte il denaro necessario per comperare i bufali da sacrificare.
Secondo la casta di appartenenza, il numero dei bufali può essere da: 4, 8, 12 o addirittura 24.
Davanti alle case , su un palo, sono posti le corna dei bufali sacrificati.
Nella liturgia toraja il bufalo rappresenta il traghettatore dell'anima del defunto, deve essere forte e robusto per affrontare i molti ostacoli e gli spiriti maligni che incontrerà lungo il tragitto per il paradiso. Più numerosi sono i bufali più facile sarà superare gli ostacoli.
Noi abbiamo vuto la possibilità di assistere a due cerimonie simili fra loro, ma differenti come casta di appartenenza. Uno che si tiene nei pressi di una chiesa cristiana si raccomandavano le anime di persone ricche e facoltose . Devo dire che mi ha lasciato molto perplesso vedere l'effige del Cristo in un macello improvvisato.
Malgrado ogni sforzo, non riesco ha trovare il collegamento fra questi riti pagani e la liturgia Cristiana.
Nei secoli scorsi era d'uso per le famiglie più prestigiose, offrire in sacrificio degli schiavi procurati da squadre di cacciatori di teste. Tanto più ricca e fastosa sarà la cerimonia, tanto più l'anima del defunto sarà bene accolta al cospetto degli dei.
Anche gli invitati alla cerimonia devono donare dei maiali che saranno sacrificati per essere poi cotti e mangiati.
Le povere bestie vengono sballottati per confondere gli spiriti del male.
L'altra si svolge in un piccolo villaggio, è una cerimonia collettiva per persone più umili appartenenti a una casta più bassa.
Qui non vedo collegamenti col cristianesimo, pertanto il rito della mattanza ha una sua logica perché fa parte della cultura ancestrale di questo popolo.
La cerimonia iniziata nelle prime ore del mattino ha già visto il sacrificio di parecchi maiali e 5 bufali. Anche qui gli invitati hanno donato maiali per onorare i defunti.
Ogni gruppo di parenti e amici del defunto, è riunito in una determinata zona, tutti portano qualcosa da mangiare insieme.
Per l'occasione si indossa l'abito della fasta.
I maiali vengono uccisi in disparte senza particolari cerimonie. Infilzati al cuore con un solo colpo.
Il sacrificio del bufalo, invece, avviene nella piazzetta al centro del villaggio sotto lo sguardo dei famigliari del defunto.
Lo spettacolo è quanto di più cruento ci possa essere. La bestia sgozzata, si dibatte in una agonia straziante. L'odore agre di sangue rende l'aria stomachevole. La morte sopraggiunge dopo parecchi minuti per dissanguamento. Una farfalla forse è venuta ha prelevare l'anima della povera bestia. Dopo tre settimane di girovagare per l'Indonesia, torniamo a Bali, dove ci concediamo qualche giorno di riposo facendo salotto sulla spiaggia di Kuta. Qui ci mettiamo nelle mani delicate di belle e brave massaggiatrici che ci rinfrancano il corpo e lo spirito. E come miracolati svaniscono le fatiche e i disagi subiti nei lunghi trasferimenti.
Ci sembrano lontanissimi i piccoli villaggi senza luce sulle montagne, le fatiche dei dannati dello zolfo, o delle donne che lavorano nelle risaie.
Ma qui non c'è tempo o forse non c'è voglia per queste riflessioni.
Rimuoviamo dalla nostra testa il pensiero che fra qualche giorno dobbiamo lasciare questo paradiso per riprendere i ritmi frenetici che scandiscono la vita nelle nostre città.
Ma ci rimarranno i ricordi indelebili di cose vissute che ci conforteranno nell'attesa di poter tornare su questa isola da sogno.
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