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Prendere un taxi in un paese orientale, significa entrare in contatto, subito, con la realtà locale, è un viaggio nel
viaggio, e se il taxista ha voglia di chiacchierare, può davvero diventare un’esperienza indimenticabile.
Eyton, il nostro taxista, ci porta a spasso per Yangon, ed è smanioso di parlarci della Birmania, la sua Birmania, e il suo racconto non può non cominciare da quello che è da sempre il simbolo del paese, il sito religioso che ogni birmano sogna di visitare almeno una volta nella vita: la Swedagon Pagoda.
Intorno al monumento si respira un’aria di grande spiritualità, l’impatto emotivo è forte, il nostro sguardo si incanta ora sulle numerose statue, ora sui fedeli in preghiera; camminiamo in silenzio, siamo estasiati da tanta meraviglia.
Nel quartiere della Sule Pagoda, assai più piccola della Swedagon, si concentra la vita di Yangon: bancarelle, gente, traffico… Eyton passa spesso di qui, ormai è abituato a districarsi nel caos cittadino, sono due anni che fa il taxista.
La nebbia che avvolge il Golden Rock rende il paesaggio onirico, quasi surreale.
La leggenda recita che la grande pietra dorata sia sostenuta da tre capelli di Buddha; Eyton ci aveva avvertito che il luogo oggi non richiama più folle di birmani come una volta, il sito ha solo un valore simbolico.
Al Lago Inle si respira un’atmosfera rilassante, pacata, d’altri tempi: la vita scorre lenta nei villaggi adagiati sulle sponde.
Di tanto in tanto, qualche antica pagoda ci ricorda che siamo in un paese dove la spiritualità è vissuta quotidianamente in maniera profonda.
Anche il nostro taxista ci confessa che almeno due volte al giorno si raccoglie a pregare davanti ad una paya.
Mandalay è stata, per diverso tempo, la capitale della Birmania; oggi la si può considerare la capitale spirituale, per le sue numerose pagode, dorate, come quelle di Yangon, o bianche.
Il nostro taxista ci aveva detto di non perdere lo spettacolo dei Mustache Brothers, i fratelli coi baffi, tre comici che da anni prendono in giro il regime, e intrattengono ogni sera una decina di viaggiatori o poco più nella loro casa alla periferia di Mandalay.
In passato hanno pagato cara la loro dichiarata opposizione alla dittatura militare, con gli arresti domiciliari e i lavori forzati; oggi, assistere ad una loro serata, significa appoggiarli ed incoraggiarli a proseguire la loro contestazione contro questo governo.
La distesa di templi che si perde a vista d’occhio in mezzo alla natura, dona a questo luogo il giusto equilibrio tra divinità e mistero, tra spiritualità passata e presente.
Bagan è sicuramente un luogo sacro ancora oggi, conserva duemila templi costruiti in meno di due secoli, un record quasi soprannaturale, come la divinità che ha ispirato questi luoghi nel passato.
Eyton è nato qui, e quando è rimasto orfano, per guadagnarsi da vivere accompagnava i turisti, con una torcia, all’interno delle buie scale dei templi, per farli salire al piano superiore.
Ci ha raccontato che è andato avanti così per tanto tempo, fino a quando, come dice lui, la fortuna ha girato un po’ dalla sua parte, ed ha potuto permettersi di trasferirsi a Yangon per fare il taxista.
La pacatezza e la cordialità del nostro amico taxista, le abbiamo ritrovate in ogni birmano, e ci hanno fatto capire molte cose di questo paese e di questa gente, oppressa da una dittatura da lungo tempo, ma capace di sorridere, di guardare a domani con la speranza che solo una forte spiritualità può dare.
Che ogni pagoda costruita nel passato possa dare speranza, nel presente, a tutto il popolo birmano.
Per noi è stato difficile scendere, sapendo che era l’ultima volta, dal taxi di Eyton.
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