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Dal diario di viaggio : sabato 05 aprile 2008
Siamo arrivati ieri a Namche il capoluogo del Khumbu posto in una conca a 3400m ed oggi rimaniamo nei dintorni per acclimatarci gradualmente alla quota. È una bella giornata di sole che dedichiamo alla classica passeggiata che ci porta nei paesi di Khumgiung e Khunde passando per il luogo panoramico dove è situato il lussuoso albergo dei giapponesi.Da qui la vista spazia sull'alta valle e compare per la prima volta, sino ad ora nascosto ai nostri occhi sua maestà l'Everest . La grande piramide nera che tutto sovrasta si staglia netta in controcielo.Tutti ne rimangono stupefatti:chi lo vede per la prima volta e chi sa , come me, che ben presto potrà essere lassù..
Il cuneo nero come l'inchiostro della piramide superiore si stagliava contro il cielo quasi in rilievo,dominando dall'alto i monti circostanti…la corrente a getto sprigionava un pennacchio di cristalli di ghiaccio che si allungava ad oriente come una lunga sciarpa svolazzante. Jon krakauer - In the thin air L'Everest non è ritenuta dal punto di vista morfologico ed estetico una montagna particolarmente attraente.È troppo tozzo nelle proporzioni, troppo largo di raggio, sbozzato in modo grossolano. Ma cio' che gli manca in grazia è compensato dall'assoluta imponenza della massa. La grande piramide nera che diparte dal Colle Sud, una montagna sulla montagna, è visibile appena si supera Namche Bazar,il capoluogo del Khumbu. Oltrepassando di poco la cresta orizzontale dell'enorme bastionata Nupse- Lothse ,il suo punto terminale si staglia in controcielo con la sua cresta Sud Est ,parte della via normale di salita dal versante nepalese. Ciò che da questa angolazione sembra il punto culminante, pur superando gli ottomilasettecento metri, non è altro che un'anticima, conosciuta con il nome di Cima Sud. Anche dal classico belvedere del Kalapattar, ultimo punto panoramico prima dell'arrivo al BC ,la vista non cambia. Dal Campo Base posto a 5300m, la vista della vetta è addirittura preclusa.
BASE CAMP Entrammo nel fondo della valle disseminata di massi,al termine di un enorme anfiteatro.. Qui la seraccata compiva una brusca deviazione, volgendo a Sud come il ghiacciaio del Khumbu. Stabilimmo il nostro campo base a 5420 metri di altitudine,sulla morena laterale che formava il bordo esterno della curva..Tutto ciò che si poteva vedere, sentire, udire - la seraccata,la morena,le valanghe,il gelo - parlavano di un mondo che non era destinato ad accogliere la presenza umana. Non vi scorrevano acque, non vi crescevano piante: solo distruzione e disgregazione… quella sarebbe stata la nostra casa per parecchi mesi,finchè la montagna non fosse stata vinta. Thomas Hornbein - Everest: The West Ridge Dal diario di viaggio : venerdi' 11 aprile 2008 Il Campo Base si presenta come un vero e proprio paese.Andiamo a fare un giro esplorativo..dovunque gente intenta a costruire sentieri,muretti e piazzole,picconando ghiaccio vivo e spostando enormi massi o ammucchiando pietre x ricavare posti pianeggianti ...le spedizioni stanno gradualmente arrivando ed il BC brulica come un formicaio,pare ci siano quasi un migliaio di persone..Un paese di tende che nasce e muore in paio di mesi: predominano le piccole tende a cupola dove gli alpinisti si ritirano a dormire o a riposare distesi nei propri sacchi in piuma, ma ogni spedizione ha inoltre grandi tende utilizzate come cucina, mensa o deposito.. alcune hanno delle vere e proprie stazioni informatiche per previsioni meteo e relazioni con l'esterno per curare quel flusso di informazioni che i media sempre più incessantemente richiedono. …nonostante i numerosi elementi della civiltà moderna presenti, è impossibile dimenticare che siamo oltre i 5000m. Lo sforzo per trasferirsi anche solo dalla tendina alla tenda mensa o al WC ci lascia ansimanti, e l'alzarsi in fretta provoca fastidiosi giramenti di testa che si uniscono a colpi di tosse stizzosi dovuti all'aria secca. Il sonno diventa più difficile anche se io non ho grossi problemi, cosi' come non mi manca l'appetito, seppure le corse al bagno siano frequenti con scariche fluide per la difficoltà di digestione ed assimilazione del cibo dovute alla scarsità di ossigeno…. Dal diario di viaggio : venerdi 18 aprile 2008 …la tenda cesso è cosi' piccola che non è possibile stare in posizione eretta, e diventa una trappola mortale, vista la tendenza ad andar di "sciolta"e la fretta con cui si tende ad entrare , dove equilibrismi al limite dell'impossibile sono d'obbligo per centrare il bidone della merda senza caderci dentro..
Di fronte ad un bivio, prendete sempre la strada che va in salita, mai quella che scende. Tiziano Terzani COMMERCIALE(SPEDIZIONE ) Dal diario di viaggio : sabato 12 aprile Oggi primo giorno al BC. Andiamo a fare un giro esplorativo..All'inizio del ghiacciaio è stata costruita una palestra su ghiaccio dove le commerciali degli gli americani (solo loro),si allenano all'uso dei ramponi,discesa su corde fisse e l'attraversamento di scale a …50cm da terra , anche questo fa parte del circo degli 8000. Questi uomini (e donne) che ho ritenuto inizialmente penosi e ridicoli, ho imparato ad apprezzarli. Per quanto aiutate nella salita dagli sherpa,hanno mostrato una determinazione ed una resistenza alla sofferenza non comune. Alcuni di loro, ed è la cosa più importante, hanno avuto modo di dimostrare che non esistono solo loro. Esistono uomini sui quali l'irraggiungibile esercita una particolare attenzione, di solito non sono esperti: le loro ambizioni e fantasie sono abbastanza forti da spazzare via i dubbi che uomini più prudenti potrebbero nutrire… La loro esperienza variava da zero a ben poco,tale da rendere la scalata un obiettivo non ragionevole.Nel migliore dei casi questi uomini sono considerati degli eccentrici; nel peggiore, dei folli…L'Everest ha avuto la sua parte di fedeli in questo senso. Walt Unsworth - Everest L'Everest è sicuramente il più ambito tra gli ottomila in quanto punto più alto della Terra ed anche il più salito poiché i percorsi che caratterizzano le vie normali non possiedono alte difficoltà tecniche e possono essere superate anche da non professionisti della montagna anzi , sovente , si presentano al suo cospetto persone che la montagna ad un certo livello la affrontano per la prima volta o quasi. Ma in questo circo degli 8000, quali sono le persone più riprorevoli, gli alpituristi delle commerciali o i commercianti di alpinismo, sponsorizzati e spesati. Ed io, in quale categoria mi ritrovo?
PUJA Dal diario di viaggio : lunedi' 14 aprile 2008 Il Campo Base è tutto uno sventolio colorato di bandiere di preghiera. Ogni spedizione costruisce il proprio chorten costituito da un tempietto in pietra con sovrapposta un'asta a cui le bandierine vengono fissate a file di cinque. La benedizione ufficiata da un lama ovvero un sacerdote buddista , è un rito propiziatorio d'obbligo prima di cominciare la salita e prende il nome di puja. Il giorno della cerimonia è fissato per il 17,data propizia…: si ammassano contro il chorten ramponi e picozze per essere simbolicamente benedetti e si preparano dolcetti e thorma di tsampa zuccherata che assieme ad altre offerte quali riso,frutti,caramelle, cioccolata, biscotti,birra e coca verranno offerti alle divinità ed ai partecipanti .I mantra del lama si levano in aria assieme al lancio della farina d'orzo in segno di buon auspicio..ora possiamo cominciare a salire!
Al di la di ogni prestazione sportiva, in Himalaya le montagne sono sacre, dimora delle divinità. Questi luoghi sono impregnate di una dimensione che va ben al di la dell'aspetto altimetrico. L'Everest qui è conosciuto con altri nomi: in Nepal viene denominato Sagarmatha , che significa "Dea alta nel cielo" . La montagna è un sacro pantheon naturale. Una leggenda buddista vuole che la sacra montagna ,dimora delle divinità sia una delle " cinque sorelle dalla lunga vita " che vivono sulle vette al confine tra Tibet e Nepal. Comunemente denominata dagli sherpa e da tutti i popoli di fede buddista ,Chomolungma,"Dea Madre della Terra", dove Jomo significa signora e Langma è la forma abbreviata di Myolangsangma :la Dea che cavalca una tigre gialla e fra le sue mani tiene fiori e una cesta con del cibo divino, a simbolo della sua munifica ed inesauribile beneficenza. L'Himalaya , la terra delle nevi è nell'immaginario collettivo di chi ne ha solo sognato, letto o sentito parlare, un mondo da favola. Una favola anche la possibilità di essere in quel mondo,cosi' fantasticamente descritto dai primi salitori e ,come essi potersi confrontare con se stessi nel mirabile sforzo di misurarsi con il mondo dell'alta quota che porta a risvegliare energie vitali altrimenti sopite .
EVEREST George era il nome del colonnello inglese fondatore del Survey of India, l'Ufficio trigonometrico e geodetico della colonia briannica che si incaricò della misurazione delle montagne himalayane. Nel 1852 avvenne la scoperta del Peak XV,la montagna più alta del mondo, che venne intitolata a memoria di Sir George, dal suo successore nel 1865 . Da allora porta il suo nome
ICE FALL Dal diario di viaggio : venerdi' 18 aprile 2008 Sveglia con colazione alle 4.00,stamane io e Ngima partiamo x il C1; alle 5.00 calziamo i ramponi,siamo ai piedi dell'Ice Fall e sulla seraccata compaiono già diverse lucine delle frontali…dopo un semplice zigzagare comincia il tragitto tra le torri di ghiaccio…ecco la prima scala orizzontale, ne incontreremo parecchie salendo.. non so se mi abituerò alla situazione precaria del loro attraversamento.. di certo preferisco il verticale. L'intero tragitto è attrezzato con corde fisse che in buona parte del percorso servono solo da "filo di Arianna". Dove non vi sono scale verticali,si sale con le maniglie Jumar…passiamo dal buio ed il freddo polare al sole accecante che alla sommità della seraccata nella conca priva di vento si trasforma ben pesto in caldo torrido…
La via per salire all'Everest, la cosidetta via normale nepalese, individuata per la prima volta da Mallory impressionò il famoso alpinista e fu da lui considerata una via non percorribile .Fu l'esploratore Eric Shipton con la spedizione esplorativa del 1935 affacciatosi al Lho-La a ritenere la vallata incastrata tra i contrafforti dell'Everest e del Nupse, il Circolo occidentale, una possibile via di salita. Solo nel 1951, dopo la seconda guerra mondiale e l'invasione di Mao del Tibet, fu possibile una successiva spedizione, questa volta dal Nepal .Recandosi ai piedi dell'ancora ipotetico itinerario di salita , riusci' nell'intento di superare lo sbarramento iniziale, dove il fiume di ghiaccio precipita verso il basso con un salto verticale formando la famigerata seraccata del Khumbu. La via all'Everest era finalmente aperta. Il ghiacciaio scivolando verso il basso su un terreno irregolare,si frantuma in un caos di enormi blocchi di ghiaccio denominati seracchi, alcuni dei quali grandi come case. La via di salita passa forzatamente sotto, a fianco e attraverso centinaia di quelle torri instabili e rende questo tratto una vera roulette russa. Oggi ogni spedizione si arrende alla logica di considerare la seraccata come un'autostrada a pedaggio pagando delle royalty, affinchè una squadra di sherpa chiamati "The doctors of Ice Fall" individui e mantenga aperto il tracciato, pagando per il disturbo 2900US$. È terminato il periodo con cui i grandi crepacci venivano passati a cavalcioni di una corda . Ora esistono km di corde fisse e scale in alluminio. L'intero percorso, una volta acclimatati si percorre in tre ore anziché tre giorni.La salita cosi' attrezzata rende superfluo l'uso tradizionale di ramponi e picozza cosi' come il progredire in cordata: si procede in modo indipendente,assicurati alle corde fisse con un'asola munita di moschettone. Ciononostante, attraversare le traballanti e fragili scalette con ai piedi i ramponi, calzati sui goffi scarponi con sotto di noi le voragini delle spaccature verticali, si rivela ancor oggi un'avventura impegnativa e pericolosa. Il ghiacciaio si muove di oltre un metro al giorno e nonostante i controlli giornalieri degli sherpa , si ritrovano sempre scalette stritolate come stecchini o penzolanti nel vuoto, sospese a qualche fragile ancoraggio che il sole quotidiano regolarmente allenta. Per questo si cerca sempre di percorrere questo tratto nelle primissime ore del mattino, quando la morsa del freddo mantiene tutto più saldo CINESI (OLIMPIADI - TIBET - CONFINI) Dal diario di viaggio : giovedi' 01 maggio Festa dei lavoratori. Da oggi in poi divieto assoluto di salire la montagna..i militari presidiano l'Ice Fall: a che punto siamo arrivati!!La noia,la delusione stanno prendendo il sopravvento e ci stiamo svuotando di quella carica necessaria per salire in alto,ma nessuno protesta, almeno ufficialmente. Probabilmente gli interessi personali prevalgono sullo spirito di solidarietà, gli alpinisti sono degli egoisti,si sa. Dal diario di viaggio : giovedi' 08 maggio L' otto è un numero fortunato per i cinesi,tant'è che le olimpiadi cominceranno l'8.8.2008. Alle 7.30 il campo esulta: i cinesi annunciano di aver raggiunto la vetta…da domani liberi tutti: i militari ci riconsegnano telefoni e telecamere e smantellano il campo..finalmente se ne vanno
Cosa c'entrano i cinesi con la salita dell'Everest dal versante nepalese? C'entrano eccome visto che avremmo dovuto salire proprio dalla loro parte,dal versante tibetano.Tutto era pronto,i permessi di salita rilasciati(e pagati) e loro hanno deciso all'ultimo, con l'arroganza dei forti, di negare l'ingresso a qualsiasi spedizione in territorio cinese a tempo indeterminato per presunti motivi di sovraffollamento della montagna e di sicurezza. Inoltre la loro decisione di portare la fiamma olimpica in vetta all'Everest,con arrivo previsto dall'uno al dieci maggio ha determinato l'imposizione di restrizioni anche da parte dei nepalesi con conseguente blocco di salita negli stessi giorni per evitare un arrivo contemporaneo sulla vetta con la fiamma olimpica. Il BC si presentava letteralmente militarizzato con divieto ufficiale di filmare e l'uso contingentato dei telefoni satellitari obbligatoriamente consegnati ai militari presenti al campo. Dopo le deplorevoli repressioni in Tibet ogni forma di propaganda in favore del popolo tibetano assolutamente vietato,pena l'espulsione immediata dal BC .Alla faccia dello spirito olimpico e della fratellanza tra i popoli .Noi abbiamo sventolato con orgoglio la bandiera tibetana con su scritto "Free Tibet" in vetta all'Everest.Un piccolo ed inutile gesto forse,ma di grande significato per chi crede nella libertà dei popoli.
FINESTRA
Dal diario di viaggio : domenica 18 maggio
Previsioni molto incerte. Decidiamo comunque di partire domani, lunedi'19 per tentare la vetta il 22. Gli svizzeri sono partiti oggi,Gianni è venuto ieri sera ad annunciarcelo ed a salutarci. Le previsioni danno un calo del vento in quota,anche se il tempo dovrebbe essere coperto sino ai settemila metri. Dovrebbe esserci una finestra utile di tre-quattro giorni.
La finestra di cui si parla è ovviamente un concetto meteorologico.In Himalaya i monsoni sono prossimi ed il tempo utile per salire si colloca ai primi di giugno.Si sale in questo periodo perché i venti in quota si placano e le temperature si alzano notevolmente: condizioni sine qua non per poter arrivare in vetta.L'aria però si carica di umidità e tempo perturbato ed instabile si alterna a brevi momenti di tempo bello.Queste sono le cosiddette finestre,tanto attese. Ma sappiamo che in ogni momento le condizioni possono improvvisamente cambiare.Oggi la tecnologia fa miracoli, e le previsioni su Internet si sprecano,si chiedono consigli agli altri ma in ultimo , si va a naso ,pur sapendo che la possibilità può solo essere una visto il dispendio enorme di energie a cui si va incontro. O la va, o la spacca!!
Dal diario di viaggio : martedi' 20 maggio 2008 Campo 3 , settemila duecento metri. Dal diario di viaggio : martedi' 20 maggio 2008 Campo 3 , settemila duecento metri. Altro bel culo oggi a salire questa rampa di ghiaccio con lo zaino carico e le gambe molli. Si sta scomodi qui al campo tre, sulla parete scoscesa del Lhotse e si sta male ..o almeno io oggi sto male e penso di non essere il solo: oltre alla stanchezza , nausea e conati di vomito dopo aver ingerito una bevanda calda preparata con fatica che va, cosi', sprecata. Sprecati i preziosi liquidi reidratanti cosi' importanti per l'organismo alle alte quote e sprecati gli sforzi di raccogliere e sciogliere a lungo grandi quantità di ghiaccio che ne costituisce il presupposto essenziale. Eppure non bisogna mollare, sono i giorni decisivi. Domani dovremmo raggiungere gli ottomila metri del Colle Sud e poi.. finalmente , il giorno dell'Udienza all'Everest. Il giorno in cui dovremmo riuscire a vedere il mondo dal punto più alto della Terra. Qui , dove l'ambiente è cosi' duro ed ostile mi vengono in mente,a tratti , le cose che più mi mancano: ora su tutte prevalgono l'odore di clorofilla degli alberi, ed il cinguettare degli uccellini, si! Gli uccellini del bosco di Thiamboche dov'ero solo pochi giorni fa.. Quanto si apprezzano di più le cose nel momento che non si possono avere!! La nature est ainsi. Je l'aime comme elle est, c'est a moi de m'adapter. Ma capacitè de resistance c'est le creuset de mon bonheur. Lionel Daudet - Versant Ocean
Ce la farò ad arrivare domani al Colle Sud? Sono molto preoccupato per le mie condizioni fisiche: non ho molta energia da spendere già qui…sono solo, Ngima arriverà domani e devo arrangiarmi fondere il ghiaccio per preparare the, tisane e quant'altro x bere, bere, bere.. un senso di nausea mi pervade, anzi di più.. se non resto immobile nella posizione giusta, ed è difficile capire qual è, mi vengono i conati di vomito…chissa?? Sull'Everest non bisogna aver paura di morire ma, al contempo, bisogna avere dentro di se una gran voglia di vivere; Sull'Everest bisogna credere nel coraggio ma anche nella paura. Valter Perlino OSSIGENO Dal diario di viaggio : mercoledì 21 maggio Ultimi preparativi prima di tentare la vetta , sono le nove di sera. È una notte serena e priva di vento e sta comparendo la luna ,tonda e piena che illuminerà la via di salita. In alto ,le luci delle commerciali partite tre ore prima. Nello zaino solo qualcosa da bere ed il prezioso carico di ossigeno. Il respiratore posto sul viso, pur con il suo flusso vitale , è una maschera che alimenta il senso di fame d'aria.. decido di posticiparne l'utilizzo quando lo sforzo sarà più grande,deviando la maschera su un fianco ..speriamo che tutto funzioni a dovere e non faccia scherzi.. L'uso dell'ossigeno nelle ascensioni alle più alte vette del mondo non è affatto recente,dal momento che la spedizione del 1922 all'Everest era già munita di apparecchi respiratori portatili. L'ossigeno si riteneva indispensabile per salire gli ottomila più elevati anche se Norton riusci' nel 1924 a raggiungere gli 8572m senza bombole. Anche Mallory,inizialmente critico, si convinse che la vetta non sarebbe mai stata raggiunta senza ossigeno e si era rassegnato ad usarlo.Erano apparecchi a circuito chiuso,molto pesanti, il cui modo di utilizzo non era cosi' ben definito e sperimentato e ciò annullava i benefici del gas. Solo dopo la guerra i progressi della fisiologia d'alta quota permisero l'introduzione degli apparecchi a circuito aperto che contribuirono ai successi su Everest,K2,Makalu etc..Ciononostante, erano pur sempre pesi notevoli che si portavano sulle spalle:Hillary e Tengzing avevano respiratori del peso di 18 Kg . Apparve ben presto evidente che che nella cosidetta Zona della morte,oltre i 7500m, senza un supplemento di ossigeno il corpo è molto più sottoposto a rischi di edema polmonare e cerebrale,di ipotermia e congelamenti. È dimostrato che un essere umano prelevato al livello del mare e depositato sulla cima dell'Everest,dove l'aria contiene solo un terzo di ossigeno, perderebbe conoscenza dopo pochissimi minuti e morirebbe subito dopo. Solo nel 1978 quando Messner in coppia con Habeler riusci' nell'impresa,il tabù fu vinto. La pratica di far affidamento sulle bombole di ossigeno per la scalata dell'Everest ha da allora , con il crescente numero di partecipanti di spedizioni commerciali che salgono in vetta, sollevato un vivace dibattito tra gli esperti Un atleta particolarmente abile e fornito di rare doti fisiologiche può sicuramente, dopo un lungo periodo di acclimatazione, scalare la vetta senza ricorrere ad ossigeno. Un cero numero di idealisti, portando questo ragionamento all'eccesso arrivano ad asserire che l'uso dell'ossigeno è un espediente fraudolento..doping insomma. Gli sherpa sono sempre stati scettici nell'utilizzo di quella che fu da loro battezzata "l'aria inglese", ma ora che spesso e volentieri accompagnano i clienti in vetta, non ne fanno più a meno Di norma, gli sherpa esigono 3 bombole di cui una si lascia al Colle Sud x la notte dopo il ritorno e mezza per le ore di permanenza al Campo 4 prima della salita. Ovviamente il problema è portare prima le bombole cosi' in alto; normalmente si fa un giro aggiuntivo a ottomila antecedente la salita alla cima,con ulteriore dispendio di energie. Non bisogna credere che l'utilizzo di ossigeno porti la vetta dell'Everest al livello del mare : l'utilizzo delle bombole equivale a portare la quota della vetta circa mille metri più in basso, ma assicura altri vantaggi, in particolare una maggior resistenza al freddo,un minor rischio di congelamenti ed edemi polmonari e cerebrali che abbassano notevolmente il fattore di rischio. Ovviamente una cosa è l'utilizzo oltre gli ottomila,nel giorno della vetta ,altra cosa è l'uso continuativo per più giorni e da quote superiori ai 6500m del campo2 come sono solite fare le commerciali. Certo che se lo si dichiara e non si è in competizione con altri, definirlo doping mi sembra eccessivo .Il doping è un uso fraudolento, non dichiarato, di sostanze che spesso danneggiano l'organismo (tutti sono concordi in primis i medici, a ritenere l'opposto, cioè che l'organismo riceve enormi benefici dall'ossigeno), che avvantaggia uno sportivo in gara con un altro avvantaggiandolo(solo se si è in competizione con qualcuno diventa un problema etico, in quanto sicuramente con l'ossigenazione aumenta la prestazione)..Il vero problema è che spesso si compensa l'impreparazione di molti,troppi ,clienti delle commerciali con un abuso di ossigeno e sherpa. Quando l'ossigeno finisce se non si è sufficientemente allenati e acclimatati si muore.
VETTA
La voglia che nessuna vetta sazia,rinascerà, perché la cima per eccellenza non esiste. La vetta è solo un fragile momento di sazietà, di appagamento. È l'apice, l'akmè del piacere velato di stanchezza. La vetta è il punto di equilibrio in cui non si desidera più niente.Solo che duri un poco. Spesso la vetta è invisibile fino all'ultimo,è il caso dell'Everest. Ci sono anticime,creste infinite che danno l'allusione di essere arrivati;vincere la delusione e riprendere è ancora più faticoso, eppure non bisogna demordere,sin quando la linea curva della calotta terminale che chiude l'orizzonte si restringe sempre più. Questo punto culminante della salita è descritto in modo minuzioso da una serie infinita di libri di montagna .Mi sembrava di conoscere a memoria ogni passaggio. Estasiato ed al contempo incredulo mi accingevo a mia volta a percorrerlo rivivendo quanto più volte letto con fascinazione:
Continuiamo ad avanzare calpestando la bianca cornice di neve, poco sotto l'orlo di enormi cornici strapiombanti sul versante Kangshung.Sotto di noi la rocciosa parete Ovest cade a precipizio sul circolo occidentale. Hedmund Hillary Qua non c'è da essere leggeri,da scavalcare in libera tetti sporgenti. Qua ogni passo è una zampata nella neve con le punte di acciaio, una fatica operaia senza eleganza. Nives Meroi Dal diario di viaggio : venerdi 23 maggio 2008 Il peggio è passato.Sono ormai nella mia tenda al Campo2,stanco,anzi spossato ma al sicuro.La vetta è stata raggiunta ieri ma,come tutti, abbiamo forzatamente trascorso la notte al Colle Sud a ottomila metri e questo ci ha tolto le poche forze rimaste. Cristian stamane non riusciva più ad alzarsi,ma poi con l'ausilio di ossigeno, con una grande forza di volontà è riuscito come noi e con noi ad arrivare sin qui. È stata una ritirata di Russia,con una fila interminabile di gente in fila indiana che scendeva ondeggiando verso la salvezza,verso la vita. Scrivo,com'è ovvio queste righe a posteriori provando a raccontare quello che è stato, dentro e fuori di me, lassù sul tetto del mondo: Sono ormai sette ore che saliamo , lentamente ma ininterrottamente. L'alba ci coglie poco prima delle cinque appena superato il canalone diagonale sulla terrazza nevosa denominata "il Balcone" a ottomilacinquecento metri. Una strana diafana luce azzurrina caratterizza il paesaggio sottostante e segna il passaggio dalla notte al giorno. Con esso la luna piena che ci ha accompagnato sin qui illuminando il nostro cammino notturno, si rende sempre più evanescente, sino a scomparire all'orizzonte.Siamo decisamente più leggeri e l'anticima Sud sembra appena sopra le nostre teste illuminata dal primo sole che scalda anche noi.Saliamo lenti passo dopo passo, slegati ma attenti a non scivolare. Sotto di noi, ad Est, si apre l'abisso di ghiaccio nel grigio azzurro dell'alba . Passerà ancora un'ora e mezza prima di calcarne la vetta nevosa. Ad 8760m sono già più alto di qualsiasi altro punto al mondo. Un'inebriante sensazione di altezza. Ora la vista torna ad essere ad angolo giro ed a Sud Ovest compaiono infinite cime, cristalli nella luce nel primo sole, tutte infinitamente più basse e più piccole. Ogni altra cosa scompare, è giù, lontana. Perfino il Lhotse, che si erge stupendo dal profondo è leggermente più basso. Davanti a noi la lunga e affilata cresta che conduce verso il cielo. Poco sotto la skyline, le sue candide cornici sono percorse da piccoli punti colorati che contrastando con il bianco della neve arrancano verso la vetta . Una trentina di alpinisti delle commerciali ci precedono. Subito dopo la leggera perdita di quota che segue la Cima Sud, lo scarso innevamento ci costringe ad delicati passaggi su roccia . Ben presto ci troviamo ai piedi dell'Hillary Step, uno dei luoghi più famosi della storia dell'alpinismo. Con i suoi 12 m di roccia e ghiaccio quasi verticali appariva decisamente impegnativo,ma le corde fisse per quanto un infido intrigo di vecchie funi di cui non fidarsi troppo,ne rendeva sicuramente più agevole il superamento. Sono le sette e trenta del mattino, ma il passaggio obbligato e le persone davanti a noi, ci costringono a metterci fila ed aspettare oltre un'ora prima di affrontare il risalto ormai infreddoliti. Ormai è fatta ma passerà ancora un'ora e trenta prima di arrivare là dove non vi è più nulla da salire. Anche questo tratto lo percorriamo assieme, ed assieme arriviamo in vetta. Quando appare la grazia?La beatitudine nella sofferenza?Ancora pochi metri. Il pendio scende dall'altra parte. Non c'è nulla più in alto intorno a noi. Siamo arrivati, il compito è assolto, la croce portata. L'orizzonte si chiude all'improvviso e montagne e montagne svaniscono nel cuscino di nebbie sottostanti ; presto ingloberanno anche noi. Siamo piccoli in vetta, siamo stanchi e a volte smarriti. Svuotati di forze e di pensieri,la scarsità di ossigeno crea uno sradicamento da quanto materialmente ci circonda, un senso di pace interiore, la piacevole solitudine dello spirito,il distacco dallo sciocco rincorrere quotidiano di finte chimere. Il cielo ci sovrasta con una cupola blu, ma illuminati dal sole cominciano a cadere finissimi fiocchi di neve. Ci abbracciamo forte,ripetutamente. Non ci diciamo nulla , non è necessario. Ci togliamole maschere,si riesce a respirare senza fame d'aria .Qui l'ossigeno è prezioso. Sulla cima nevosa il tripode non esiste più,solo un cumulo di bandiere di preghiera sventolanti al vento. Verso il Tibet,tremila metri più in basso, un mare di nubi . Siamo fortunati, non c'è vento ma solo una leggera brezza da Nord e non fa freddo. Accucciati appena sotto la cima ci godiamo appieno questa grande pace .Rimaniamo in cima oltre un'ora. Forti di molte ore luce davanti a noi per tornare al C4 in relativa sicurezza e raggiungere il Colle Sud .Difficile smettere di vivere un momento cosi' unico, ma al contempo infinito. Difficile lasciare questo posto fantastico. La cima in fondo è una visita breve. Ancora uno sguardo a 360 gradi. Ansimando cercare la posizione ideale per fissare in fotogrammi, per documentare ,per ricordare questi momenti,se mai ce ne fosse bisogno. Riconosciamo gli altri 8000 che ci circondano: di fronte a noi il Lothse sul lato opposto del colle Sud; poco distante l'inconfondibile sagoma del Makalu; laggiù al fondo tra le nuvole il Cho Oyu salito tre anni or sono. Poi le vette più prossime come il vicino Pumori e l'Ama Dablam, il Cervino del Nepal si stagliano laggiù, a Ovest, nel sole del primo mattino. Per il resto è una lotta senza storia con la toponomastica. Tutto attorno a noi la crosta del globo terrestre è un'unica tovaglia increspata cosparsa di migliaia di briciole senza nome. In quel momento di sazietà emotiva forme e dimensioni delle montagne si moltiplicano,si confondono .
Anche l'Everest è solo un'anticima. La vera cima non la raggiungerò mai. Reinhald Karl
RISCHIO Dal diario di viaggio : venerdi 23 maggio 2008 Il rischio è insito in ogni attività alpinistica, ma è ora di smetterla di considerarci gente che va appositamente a cercarsi guai. I pericoli fanno parte del gioco dell'andare in montagna,come d'altronde della vita intera. Essere qui ora non è apologia del rischio ma il diritto alla felicità, a prendere la propria strada, ad andare fino in fondo ai propri sogni. Ora rimane solo più una piccola parte di discesa , solo l'Ice Fall ,da ripercorrre a ritroso per la quinta ed ultima volta. Ma ieri non è stato cosi', oggi lo rivedo tutto come un sogno,i rischi vissuti e la gioia per la vetta. In realtà le emozioni provate non si sono materializzate subito,ogni tentazione di congratularmi con me stesso spenta per l'apprensione per la lunga e pericolosa discesa: "È ora di scendere. È troppo che siamo qui. Nell'aria che ha due terzi di ossigeno in meno ma una luce che acceca il motore si sta inesorabilmente raffreddando. Ci facciamo bastare quello che abbiamo visto e provato prima che il desiderio di dormire ,che lassù ti tenta, prevalga. Un brivido mi scuote anche se il freddo non è cosi' tremendo. Comincia ad insinuarsi in me qualcosa di assoluto ,di distaccato, di eterno come quelle altezze siderali. Ci troviamo sul sottile confine tra la vita e la morte.
Quello che sta in alto conosce quello che sta sotto, ma quello che sta sotto non conosce quello che sta sopra di lui Non puoi rimanere sempre sulla cima,devi ridiscendere, ma poco importa. Si sale e si vede. Si scende e non si vede più ,ma si è visto. Quando non si può più vedere,si può quantomeno ancora conoscere.
Renè Daumal - Il Monte Analogo
Si! È ora di scendere,con cautela ma velocemente. La discesa fa parte della salita, ti spetta e la devi eseguire con la stessa precisione, anche se con minor dispendio di energia. È in discesa che succedono la gran parte dei guai. La stanchezza lusinga a morte l'alpinista che scende. Non ti devi fermare. Da un ottomila devi scendere giù più che si può, sfruttare le ore di luce per perdere quota e non prolungare il logoramento del corpo al di sopra della zona della morte. Poco dopo aver iniziato a scendere ,dopo un'ora senza ossigeno supplementare, mi coglie improvvisa la sgradevole sensazione di non coordinare appieno i movimenti. Un attimo di esitazione e poi il desametazone, farmaco salvavita iniettato direttamente nei muscoli della coscia attraverso il tutone in piuma,riporta alla normalità. Il desiderio di fermarsi è forte, la volontà sbanda, ma sai che chi lo ha fatto non si è rialzato. Anche il mio corpo ondeggia, si continua a mettere un piede dietro l'altro; per fortuna sulla cresta tra i precipizi ci sono le corde fisse; più giù la neve già scritta, segnata da tanti passaggi,che ti facilita la discesa e che ti da la certezza che stai seguendo la linea giusta del ritorno. Il campo quattro è ancora distante,ma mi sento decisamente meglio. Il sangue si arricchisce gradualmente e piacevolmente di ossigeno. Solo un pensiero mi assilla : la consapevolezza che non c'è persona che riesca a trasportarti a valle in caso di bisogno, nessun elicottero capace di stare a quella quota di aria troppo leggera. Tutto quassù dipende da te."
"La gente ci giudica dei pazzi, degli incoscienti, che hanno perso il senso della vita e che cercano solo guai. Probabilmente questo è il dazio, ma vi confesso che lo pagherei anche con interessi da usuraio, perché troppo grande è la gioia che mi da ciò che faccio. Gioia, non sballo . " Simone Moro
SAZIETA' Mi sento sazio, appagato. La mia partita a scacchi è terminata. Una partita giocata secondo le regole della natura , dove le pedine non sono state mosse dalla mia persona ma da altro da me. Una partita in cui mi sono immedesimato, ma il perché del gioco continua a sfuggirmi. Il fine di ogni partita è una vincita o una perdita. Ma di cosa?La conquista più grande e definitiva è la consapevolezza che tutto quello che resta è il nulla. L'Everest si colloca ora tra visione e realtà , come un sogno realizzato,uno stato dell'anima. Come disse Herzog,il salitore del primo ottomila:"l'Annapurna verso cui andammo tutti in assoluta povertà , è un tesoro sul quale vivremo. Con il compimento di questo sogno si volta pagina , ricomincia una vita nuova.. ci sono altri Annapurna da raggiungere nella vita di un uomo." Alla fine di questa bella storia viene anche da chiedermi cosa è stato a portarmi sin qui, a meno di un anno dall'intervento chirurgico d'urgenza nella foresta del Congo. Forse l'aver percorso, senza cadere dopo aver inciampato, il sottile filo del rasoio che in tutta la nostra esistenza divide la vita dalla morte, forse la certezza dell'impermanenza di tutte le cose, prima fra tutte il nostro fugace passaggio esistenziale. Forse la sazietà dei giorni vissuti.
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