|
Per il viaggio di questo anno scelgo Ecuador e Galapagos. L’Ecuador si trova incastonato fra Perù e Colombia attraversato da sud a nord dalla cordigliera andina. Nel 1532 Fransisco Pizzarro lo conquista massacrando l’indifeso popolo Inca. La capitale Quito sorge adagiata in una valle alla quota di 2800 metri, fiancheggiata da alte montagne. Alcuni quartieri periferici ,con le case colorate e tetti rossi sembrano degli enormi alveari. Costruita dagli spagnoli sulle rovine della antica capitale Inca, oggi Quito è patrimonio mondiale dell’UNESCO. Nel centro storico strade, piazze, chiese e palazzi in stile coloniale ben conservati. Del glorioso impero Inca sterminato dai conquistadores non rimane nessuna traccia.
Conosciuto il nostro autista Ulio, con un pulmino coreano lasciamo Quito diretti a nord verso Otavalo, ridente cittadina famosa per il mercato del sabato ricco di colori e sapori.
Otavalo, è conosciuta soprattutto per le stoffe e merletti prodotti da abilissimi artigiani tessitori conosciuti anche all’estero.
Otavalo è anche il nome della etnia più diffusa nella zona che vestono ancora con i costumi tradizionali.
Nella zona ristorante del mercato si può gustare la cucina locale a base di pollo e maiale.
Qualcuno reclama la sua colazione.
Sulla via del ritorno facciamo quattro passi sul sentiero che costeggia la laguna che si è formata sul fondo del cratere del vulcano CUICOCA.
Ora entriamo nel parco del COTOPAXI, il vulcano più bello della cordigliera andina. Su consiglio delle guardie compriamo qualcosa per coprirci, in cima fa molto freddo.
Il COTOPAXI è un vulcano attivo ma attualmente a riposo. Intorno al cratere innevato ci sono ancora delle fumarole.
Lasciamo il pulmino al campo base. Il vento forte non permette la registrazione dell’audio.
Il sentiero è affollato da turisti domenicali. La pendenza non è impegnativa, ma la mancanza di allenamento e la carenza di ossigeno lo rendono molto faticoso.
Si sale a piccoli passi su un fondo sdrucciolevole. Ogni 10 passi devo fermarmi per riprendere fiato.
Chi prima, chi dopo tutti arriviamo ai 4900 metri del rifugio.
Dall’alto il paesaggio è mozzafiato.
La sera ci ristoriamo in un piccolo ma accogliente alberghetto gestito da una famiglia di francesi.
Dopo una salutare dormita non abbiamo molta voglia di partire e ci godiamo questo piccolo angolo di paradiso fra angeli a quattro zampe.
Oggi Ulio è spericolato, e lancia il pulmino che in una discesa raggiunge la folle velocità di 70 chilometri, in salita non supera i quasi mai i 20.
Ci fermiamo in un piccolo paesino PUJILI dove troviamo un mercato locale. Per nostra fortuna non ci sono altri turisti così possiamo osservare e fotografare indisturbati.
Per i soggetti c’è l’imbarazzo della scelta. I vestiti sono una tavolozza di colori brillanti.
Una ragazza prova e riprova i cappelli che sono uguali per uomini e donne.
Anche qui la cucina profuma di cibi nutrienti.
Scarrozzando fra curve e tornanti sempre sopra i 3000 metri, arriviamo a quella che è la meta della giornata: la laguna QUILOTA, anche questo un lago in fondo ad un cratere. Il sentiero è scosceso e polveroso.
Con sorpresa in riva al lago troviamo una mandria di pecore e parecchi asini a disposizione di chi non vuole affrontare la dura salita a piedi. Io conoscendo i miei limiti di scalatore salgo in groppa ad un asino.
Come la mula di Don Abbondio, anche questa si ostina a camminare sui bordi dei precipizi anche quando c’è lo spazio per stare al sicuro.
Proseguendo per Tena, in un villaggio andino ci imbattiamo in una festa campesina. Quasi tutti ballano, tutti bevono.
Nell’aria è forte l’odore agre della bevanda alcolica ottenuta da succo di pere e mele fermentato.
Ci fermiamo per poco la nostra presenza non è molto gradita.
Valichiamo le Ande a quota 4000, scendiamo verso l’oriente nella selva Ammanzonica. Cambia il paesaggio non più aspro e montuoso, ma pianeggiante e verde. Cambia l’atmosfera non più secca e fredda ma calda e umida.
Arriviamo a Misuahvalli, ultimo villaggio che si può raggiungere col pulmino. Poco fuori l’albergo adagiato su una radura circondato dalla selva sulla riva del Rio Napo, dove ci fermiamo per due giorni.
Tucani, scimmiette e pappagalli ci danno il benvenuto.
Siamo lontani dalle fatiche e dal freddo del COTOPAXI. Il giovane Ramon, ci farà da guida nelle escursioni che faremo. Cominciamo con un treking nella foresta tropicale.
Il primo incontro è con una Falena.
Di tanto in tanto piove a dirotto, qualcuno sfoggia un ombrellino comprato a porta palazzo.
Ramon anche se giovane è molto preparato, conosce bene flora e fauna.
Un formichiere viene a curiosare.
Fiori rossi spiccano su fondali verdi.
Luisa, prof di scienze naturali, non si accorge di passare a pochi centimetri da una tarantola velenosa.
Piccole scimmiette ci seguono saltando da un ramo all’altro.
Ramon ci mostra come gli indios comunicavano fra loro, o si confezionavano un cappellino.
Senza trucchi ne inganni provo a lanciarmi con una liana naturale.
In alcuni tratti la vegetazione è talmente fitta da camminare al buio.
Con una barca, affrontiamo la corrente impetuosa del Rio Napo per visitare alcuni villaggi indios.
Questa parte dell’Ammanzonia, a ridosso delle Ande, con una ragnatela di torrenti e fiumi, popolata da indios JAVARO, AUCAS COFAN e altri è rimasta quasi inesplorata perché ritenuta di scarso interesse fino alla scoperta del petrolio avvenuta negli anni 60. La scoperta del petroli e la costruzione di strade ha comportato lo sconvolgimento dell’ambiente e del costume degli indios che sono stati allontanati con la forza dai propri territori.
Mercenari al soldo delle compagnie petrolifere uccidevano chiunque si opponesse all’esproprio dei terreni.
Moti si sono adattati ai costumi occidentali perdendo ogni identità storica e culturale.
Già nei secoli scorsi, la conversione al cattolicesimo attuata dai conquistatori spagnoli, ha contribuito enormemente a far perdere gran parte delle primitive usanze ancestrali, snaturando il carattere primitivo degli indigeni.
Dove non sono ancora arrivati i mostri meccanici per l’estrazione del petrolio, è rimasto integro il rapporto intimo che hanno con l’ambiente
Lungo il rio si possono vedere le canoe indios scavate in un solo tronco.
L’approccio che questi popoli hanno con noi occidentali è improntato dalla discrezione. Nessuno ci viene incontro, nessuno ci fa festa, tutti stanno a guardare noi corpi estranei, stracolmi di zaini e macchie fotografiche.
Come purtroppo succede, nel gruppo c’è sempre qualcuno che credendo di fare cosa buona e giusta, per attirare l’attenzione dei bambini, regala cicche e caramelle, cosa che io mi rifiuto sempre di riprendere. Qui i bambini nono hanno bisogno di caramelle e cicche, ma di penne e quaderni.
La cosa che si nota subito è il gran numero di bambini. Tutte le donne in età fertile hanno un bambino al seno e uno in grembo.
Una signora ci prepara una bevanda a base di Magnoca.
All’imbrunire l’aria profuma di essenze indecifrabili, si ha l’impressione di vivere in uno spazio senza tempo.
Lascio a malincuore questo giardino dell’Eden con la determinazione di tornarci.
Percorriamo una serie infinita di tornanti dissestati sul versante di un vulcano che per millenni ha eruttato cenere lavica. Numerosi buldozer, in vari punti, operano a tempo pieno per liberare la carreggiata dalle frane. L’attesa è lunga, si passa a senso unico alternato.
A mitigare la noia dell’attesa giunge il saluto sorridente di quattro ragazze che purtroppo non si fermano.
Finalmente tocca a noi ora più tesi che annoiati.
All’orizzonte appare la cima incappucciata del CHIMBORASO, decidiamo di scalarlo.
Al contrario del COTOPAXI, qui non incontriamo anima viva, ma solo lapidi di alpinisti che qui hanno fatto l’ultima scalata.
Arriviamo al rifugio ma senza emozioni. Il pensiero corre al sole caliente delle Galapagos che ci aspetta.
L’unica emozione, l’incontro di un branco di Lama al pascolo di arbusti.
Facciamo tappa a Gomote dove c’è un mercato prevalentemente di bestiame, che si ripete ogni giovedì da sempre.
Nel piazzale polveroso c’è un moto di apparente confusione anche se tutti sanno cosa fare.
Ragazze col vestito della festa, tengono a guinzaglio scrofe a maialini.
Gli uomini girano alla ricerca di animali interessanti. Le trattative sono molto lunghe e laboriose , ma si arriva quasi sempre all’accodo.
Chi ha concluso l’affare contempla il frutto del baratto.
I maialini non accettano volentieri il cambio di proprietà, forse immaginano la fine che faranno.
Molto richiesti sono una specie di roditore che finiranno allo spiedo.
Qui incontriamo un altro gruppo di turisti che arrivano dalle Galapagos. Le informazioni sono entusiasmanti, e tutti non vediamo l’ora di metterci piede.
Alle sei di mattina siamo tutti alla stazione di Riobamba, dove troviamo già alcune centinaia di turisti come noi per prendere posto sul trenino del diavolo. A spinte e gomitate ci conquistiamo un piccolo quadratino sul tetto dei vagoni merci adattati con un parapiede.
Finalmente dopo due ore si parte. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.” Per fortuna la velocità non supera i venti km all’ora.
Sei ore per percorrere 80 km fino alla gola della “Naris del Diablo”
Lo scenario è suggestivo, pianure verdeggianti si alternano a discese con pendenze mostruose.
Come in ogni treno che si rispetti, anche su questo non manca chi vende qualcosa da mangiare.
I soliti patiti della bontà, lanciano caramelle ai bambini che salutano, provocando delle furibonde risse con qualcuno che rischia di finire sotto le ruote.
Il rumore di ferraglia è tale da pensare che prima o poi si staccherà qualche ruota.
Al nostro passaggio i cani ci rincorrono abbaiando.
Ad un passaggio a livello incontriamo il nostro autista Ulio che ci aspetterà ad Alausì.
Alle fermate facciamo incetta di frittelle ed impanade. Molti corriamo dietro i cespugli.
La parte più divertente del viaggio, è la discesa mozzafiato da Alausì a Simbabe con precipizi da brivido.
Questo tratto è l’unico ancora in funzionante della ferrovia che collegava la capitale Quito a Guayaquil costruita alla fine dell’0ttocento. Con un’opera di alta ingegneria, il treno andando avanti e indietro in una serie di tornanti , scende di 300 metri fino alla vecchia stazione di Simbabe.
Provati dalla posizione scomoda finalmente arriviamo alla gola della Naris del Diablo che prende il nome da una roccia col profilo del un diavolo. Per la verità ci vuole molta fantasia per individuarlo.
Proseguendo verso Bagnos, attraversiamo un paesaggio surreale, dalle pendici del vulcano TIGRARHUA sgorga acqua calda che alimentano i vari stabilimenti termali della zona.
Spettacolare la cascata del Rio Verde che scorre turbolento in un profondo kenyon.
Una spericolata finivia collega i due versanti passando sopra la cascata.
La discesa nel vuoto da l’impressione di volare.
Il Rio Verde è anche una lavanderia a buon mercato.
Visitiamo la fabbrica dei famosi cappelli Panama, prodotti intrecciando a mano la foglie sottili di una palma locale.
Per mantenere il massimo della qualità, il proprietario, discendente del fondatore Omero Ortega, li controlla uno per uno. Un panama di buona qualità può costare oltre 100 Euro.
Finalmente, senza rimpianti lasciamo il continente per la crociera alle Galapagos, la nostra meta finale tanto desiderata.
L’impatto è gradevole, il sole è caldo, una leggera brezza ci porta i profumi del mare.
Incontriamo la nostra guida Alfonso, prendiamo posto sulla lancia che sarà protagonista della nostra avventura, che ci porta all’imbarcazione il “Nuovo Flamingo” casa nostra per 8 giorni.
Indossato pantaloncini e costumi da bagno, partiamo subito per la prima escursione allo scoglio chiamato del “leon dormido”.
L’arcipelago delle Galpagos, sbuca fra le onde del pacifico. In cinque milioni di anni di continue eruzioni si sono formate circa venti isole.
Aspre e desolate, all’inizio erano prive di ogni forma di vita. Col passare del tempo vi giunsero alcune specie di animali in grado di volare o nuotare per mille Km. Con gli animali arrivarono anche i primi semi di vegetali. Entrambi si insediarono adattandosi al nuovo ambiente modificando la propria struttura corporea.
L’incontro con le prime creature è quanto mai entusiasmante, leoni marini, eleganti come sirene scivolano nell’acqua cristallina.
Paziente e tranquilla, una tartaruga si lascia dondolare dalle onde quasi assenti.
Uno stormo di pellicani vengono a farci compagnia.
Le sule si lanciano come frecce per la cena.
Il sole cala all’orizzonte e noi siamo felici di esserci.
La mattina successiva con la nostra fedele barchetta sbarchiamo sull’sola Espagnola, Alfonso, la nostra guida ci detta le regole di comportamento: divieto assoluto di lasciare qualsiasi cosa sull’isola e toccare i cuccioli che col nostro odore lasciato sul corpo non verrebbero più riconosciuti dai propri genitori.
Giunti sulla spiaggia popolata da decine di leoni marini possiamo solo immaginare cosa provò il primo uomo che vi pose piede. La facilità con la quale tutti gli animali si lasciano avvicinare è dovuta alla assenza di altri animali predatori. Con la scoperta di queste isole, avvenuta nel 1535 ad opera del vescovo Tomas de Berlanga, l’uomo diventò il predatore più spietato.
Per secoli marinai, pirati e balenieri facevano tappa alle Galapagos per rifornirsi di acqua e carne massacrando centinaia di migliaia di tartarughe e uccelli commestibili.
I cuccioli ci vengono incontro sculettando, gli adulti se ne stanno spaparanzati sulla spiaggia abbracciati fra loro, guardandoci con aria seccata, come dire :sono arrivati i rompi scatole.
I maschi sempre vigili a proteggere il propria arem con gesti che non lasciano dubbi minacciano chiunque si avvicini.
Ne sa qualcosa l’amico Lanry, che durante un bagno viene scambiato per uno stupratore di foche e attaccato da un enorme maschio con un morso al braccio provocando un ematoma con tutta la dentatura.
Il più importante visitatore delle Galapagos, fu CHARLES DARWIN che ha studiato l’adattamento della fauna all’ambiente. Darwin si trovò di fronte a tordi, tartarughe e fringuelli di forma e colori diverse, a seconda delle isole in cui abitavano. Da qui le nuove teorie dell’ evoluzione delle specie.
Per i fotografi c’è l’imbarazzo della scelta dei soggetti da fotografare da una distanza fin troppo vicina. La nostra capo gruppo Monica stenta a trovare la posizione.
Dove finisce la spiaggia, mimetizzate sulle rocce laviche, decine di Iguane se ne stanno stese al sole per recuperare il calore perso durante la notte.
L’aspetto spaventoso richiama il classico drago delle favole.
Residui della preistoria, questi rettili hanno subito delle variazioni rispetto agli antenati dinosauri, hanno imparato a nuotare spingendo con la coda, si nutrono di alghe marine e hanno sviluppato dei lunghi artigli per aggrapparsi alle rocce per resistere alle onde marine.
Durante la stagione dell’accoppiamento il manto nero si colora di arancione. Malgrado l’spetto mostruoso è assolutamente innocuo. Sul lato opposto dell’isola nidificano colonie di albatros marezzati e sule dalle zampe azzurre. E’ ancora un mistero il perché delle zampe azzurre delle sule, che è un colore che non esiste nell’abitat delle isole.
Un pulcino fa di tutto per mettersi in mostra, la madre da noi distante due passi non si scompone.
Un falco aspetta con pazienza che un piccolo rimane indifeso.
In una radura coppie di Albatros passano il tempo a corteggiarsi. Maschio e femmina si guardano incrociando i becchi come spadaccini. Una volta formata la coppia non si separeranno mai più.
Alla fine di un sentiero c’è Punta Suarez, un roccione piatto, affacciato sul mare chiamato l’aeroporto perché usato come trampolino di lancio dagli Albatros tanto goffi a terra quanto eleganti in volo.
Su queste scogliere vive una specie endemica dell’isola, il gabbiano mimo detto di Macdonal e i gabbiani coda di rondine.
A pochi passi le onde si infilano in una spaccatura nella roccia provocando dei soffioni di schiuma.
Dopo una notte di navigazione caliamo l’ancora nella baia dell’isola Floreana.
Sbarchiamo sulla spiaggia della posta, così chiamata perché un tempo vi era un barile in cui i balenieri di passaggio lasciavano la posta che poi veniva raccoltala da tutti i capitani diretti nei vari luoghi di destinazione.
L’ufficio è ancora funzionante.
Una laguna ospita una colonia di fenicotteri. Gli unici uccelli che non si lasciano avvicinare.
Ritornati a bordo della nostra bagnarola, puntiamo su l’isola di Santa Cruz.
Durante la turbolenta navigazione incontriamo una balena che forse non ha gradito la nostra presenza e sparisce nel fondo dell’oceano.
A Puerto Ayora è d’obbligo una visita al Centro Darwn, dove c’è il vecchio Giorg, ultimo esemplare di una specie di tartaruga gigante ormai estinta.
Siamo tutti pronti stracarichi di macchie e videocamere per scendere a terra con la nostra ormai affezionata barchetta, quando il capitano ci obbliga ad indossare i giubbotti salvagente, (mai visti prima) per evitare multe dalla polizia portuale. A chi manca una cinghia a chi una fibbia, l’indossiamo.
Il tratto da percorrere è di circa 800 metri di mare non proprio calmo.
Da poppa onde turbolente sono più veloci della barca.
Faccio una ripresa con carrellata da prua a poppa, l’inquadratura è molto bella, in primo piano la schiuma delle onde, in fondo l’orizzonte col cielo cupo, quando verso la fine non vedo più l’orizzonte ma solo un muro d’acqua, sento qualcuno gridare, ci troviamo tutti con l’acqua alla gola.
Con questa immagine finisce il racconto del nostro viaggio. Macchine fotografiche e videocamere sono miseramente annegate. Questo ultimo nastro è stato salvato dai tecnici della Sony.
Per il resto del viaggio alle Galapagos abbiamo solo ricordi scolpiti nella memoria di un mondo incredibile ma possibile.
|