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Uno straordinario crogiolo di culture e di bellezze naturali a cavallo del Tropico del Cancro. Non si può raccontare il Messico: si deve credere nel Messico, con passione, con rabbia, con totale abbandono, dice il personaggio di un romanzo di Carlos Fuentes, il più celebre e amato scrittore messicano vivente. Terra d'estremi, dove tutto é in apparenza fermo e al tempo stesso in frenetica evoluzione e capace d'improvvise eruzioni per noi inaspettate. La maggior parte dei viaggiatori resta sedotta dai maestosi monumenti maya ed aztechi, ma per i curiosi come noi il Messico è un'inesauribile fonte di sorprese a partire dal suo popolo, drammaticamente attaccato alla vita e gioiosamente innamorato della morte tanto da poterlo definire surreale.
Chicago: Dieci ore di volo e siamo a Chicago, ma una tempesta tropicale causa la cancellazione del volo, il gruppo viene smembrato: una parte a Chicago l'altra a Dallas. Ma non è il Messico a rischio di uragani? Noi a Chicago approfittiamo per un giro turistico della città nonostante il caldo e l'umidità.
Città del Messico: Con un giorno di ritardo sbarchiamo a Mexico City 2400 mt. di altitudine e 20 milioni di abitanti, "El Monstruo" lo chiamano qui.
Comunque una nota di merito in questa città va senza dubbio, oltre che alla sua bellezza, alla sua metropolitana veloce ed economica (solo 2 pesos a corsa): e allora che metro sia! Viaggiare in metro è sempre affascinante: le attese, il movimento, le persone, i visi, le voci, i colori e gli odori...
E arriviamo allo Zocalo: una delle piazze più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, la Cattedrale costruita sopra un antico tempio Atzeco e il Palacio Nacional eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, e oggi la sede del Presidente della Repubblica.
All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, che ha immortalato così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.
Risaliamo in metro alla volta del Museo Nazionale Antropologico: il museo è una tappa obbligata per familiarizzare con le culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che illustrano il succedersi e l'intrecciarsi delle varie civiltà. Al suo interno troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. Esso riporta il ciclo di 52 anni con cui gli Atzechi dividevano il tempo.
Xochimilco: Un lungo viaggio in metropolitana fino alla fermata di Tasquena seguita da una trasferta in autobus ci portano a Xochimilco, quartiere all'estremo sud della capitale, circa 24 km dal centro storico. Patrimonio dell'umanita' dal 1987, Xochimilco è un quartiere veramente caratteristico! Il suo nome significa "luogo dei campi e dei fiori". Xochimilco è una zona ricca di canali e isolotti ed è ciò che rimane dei chinampas, i giardini galleggianti di Tenochtitlan. Essendo una zona paludosa e incoltivabile, i chinampas erano l'unico modo per sfruttare l'insalubre terreno: erano costituiti da graticci galleggianti sull'acqua, ricoperti di canne, rami e fango. Queste isole artificiali, separate da canali, erano ancorate al fondo del lago con salici piantati lungo i margini. Xochimilco, soprattutto la domenica, pullula di coloratissime trajineras (originali barconi decorati), condotte da barcaioli che remano con un palo e trasportano le famiglie che fanno la classica "gita fuori porta".
Si viene continuamente avvicinati da piccole barche che portano a bordo venditori ambulanti che vendono di tutto: souvenirs, fiori, pannocchie bollite, grosse mele caramellate…
Finalmente vedo i mariachi, una vera icona del Messico: il loro nome coniato dagli indios Coca nel XVI sec.: significava semplicemente "musica" e venne utilizzato per riferirsi a chiunque si dedicasse ad attività musicali. Attualmente la parola mariachi definisce gruppi di musicisti che si distinguono per l'uso di particolari strumenti, l'abbigliamento e il repertorio musicale.
Teotihuacan: Il nastro di asfalto si snoda tra ininterrotti quartieri popolari e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati a Teotihuacan che con le sue famose piramidi è uno dei siti più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico.
Sotto un cielo azzurrissimo entriamo nel sito posto a 2300 mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con le sue maestose Piramidi lascia intravedere come doveva presentarsi nel suo massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne in breve tempo un importante centro politico e religioso. Non si sa né quale fu il suo nome originario né chi furono i suoi abitanti. Gli aztechi, che la occuparono quando era già praticamente in rovina, la chiamarono Teotihuacàn, che nella loro lingua significa "luogo in cui nascono gli dei".
Le costruzioni all'epoca venivano decorate con il carminio, una sostanza colorante rossa ricavata dalla cocciniglia del fico d'India con una tecnica di cui ci danno dimostrazione.
Ci accoglie una cittadella fortificata con al suo interno: il Tempio di Quetzalcóatl.
La Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna (46 m. per 112 gradini).
Mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63 m. per 365 gradini) è a circa metà del percorso sul lato sinistro: è una costruzione imponente. La terza del mondo, dopo Cheope in Egitto e Cholula (sempre in Messico).
La sua base misura 222 x 225 m di lato. I 248 scalini consentono di arrivare in cima, ove oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale.
C'è una nota matematica curiosa da sapere: il rapporto tra il lato di base e l'altezza della piramide del Sole è pari al numero irrazionale pi-greco, proprio come per la Piramide di Cheope a Giza. Coincidenza singolare, no? Alcuni fantasiosi scrittori sostengono la tesi che gli edifici messicani e quelli egizi siano stati costruiti dagli stessi autori, in un'epoca antichissima, intorno al 10.500 a.C.!
Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe: Si narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve ad un indio di nome Juan Diego imprimendo la sua immagine sul suo mantello bianco. Ebbe così inizio la venerazione pubblica della Madonna India e segnò il pieno riconoscimento degli indios all'interno della Chiesa cattolica.
La prima cappella venne edificata sul luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, a seguito delle lesioni provocate dalle scosse telluriche, il culto della Vergine e dell'immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna di gusto piuttosto discutibile.
Mercato della Merced: Prima di lasciare Città del Messico facciamo un salto al mercato della Merced ed al vicino mercato di Sonora per catturare colori e odori unici.
Canyon del Sumidero: Siamo finalmente in Chapas, uno degli stati più poveri e belli del Messico. Qui un quarto degli abitanti sono indios e vivono in condizioni di estrema povertà. E questo benché il sottosuolo sia ricchissimo di petrolio e metano e la natura rigogliosa di piantagioni di frutta e caffè. In questa terra ricchissima di fiumi e acqua, 1/3 degli indios non ha in casa né acqua, né luce… Analfabetismo e mortalità infantili sono inoltre i più alti del Messico.
La nostra prima meta è il Cañón del Sumidero, attrazione naturale della zona. Il canion segue per 32 km il corso del Río Grijalva stretto tra pareti scoscese alte più di 1000 m. La navigazione dura circa due ore e si fa su veloci lance a motore. Un'antica e triste leggenda racconta che piuttosto che cadere nelle mani dei Conquistadores spagnoli, gli indios preferivano gettarsi nelle acque del Cañón…
Nella Grotta dei colori, così chiamata perché ci sono delle scolature di colore, dovute alle infiltrazioni di acqua piovana, c'è una scaletta che porta alla statua della Madonna.
Nel corso della navigazione la lancia rallenta per consentire di ammirare le grotte e le rocce dall'insolita forma: come l'Arbol de la Navidad, una roccia a forma di abete che ricorda un albero di Natale.
La gita consente di ammirare un panorama davvero suggestivo, ma soprattutto la fauna locale: falchi, aironi, avvoltoi, martin pescatori e…coccodrilli!
San Cristobal de las Casas: San Cristobal de Las Casas sorge a quasi 2.200 m di altitudine: il suo fascino ci cattura immediatamente nonostante la pioggia che non rende giustizia alla sua bellezza. Il nome attuale fu scelto in onore di Bartolomé de Las Casas, un frate domenicano missionario in Messico, autore di celebri scritti in cui condannò la condizione di schiavitù in cui gli Spagnoli avevano ridotto gli Indios.
San Juan Chamula: Un tragitto tra campi di fagioli e mais ci porta al paesino di S. Juan Chamula, villaggio indios di 3.000 abitanti a 9 km dalla città. Ci dirigiamo verso la piazza, animata dal consueto mercato indios, all'aperto, dove si comprano bei poncho di lana, maglioni, frutta, cartoline, bamboline raffiguranti i guerriglieri zapatisti. Bimbi, alquanto straccioni e sporchi, ci chiedono caramelle, patatine, penne, pesos.
Sulla piazza si affaccia il Templo de San Juan risalente al 1524. E' severamente proibito fotografare l'interno, come è proibito fotografare direttamente le persone (tra le quali resiste l'antica credenza di poter perdere in questo modo l'anima). Entriamo silenziosi, con l'impressione di disturbare. All'interno, molto buio, migliaia di candele disposte per terra in file ordinate sul pavimento completamente ricoperto di aghi di pino. L'aria satura di fumo e di odori è quasi irrespirabile. Gli indios hanno elaborato delle particolari pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La Chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste pratiche religiose, ma invano... Terminata la visita ripartiamo in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello a cui abbiamo assistito oggi.
Zinancantan: Visitiamo una casa Tzotzil del villaggio, dove ci offrono tortillas appena cotte e bicchieri di pox. E' la vigilia di San Lorenzo patrono della città e c'è grande festa. Arriviamo nella piazza gremita di indios in festa entriamo nella grande Iglesia de San Lorenzo, ricostruita nel 1975 dopo un devastante incendio,è un tripudio di fiori e i fedeli in fila attendono il loro turno per ossequiare la statua della Madonna.
Tornati a San Cristobal nella cattedrale barocca del 1528 (ricostruita poi nel 1696), posta a chiudere un lato dello zocalo assistiamo ad un matrimonio.
Toninà: Visitiamo a Toninà un sito poco frequentato ma molto suggestivo ed anche uno dei pochi sui quali si riesca ancora ad arrampicarsi su per le ripide scalinate delle piramidi.
Agua Azul: Ci avviamo verso le cascate di Agua Azul (cioè "Acqua Azzurra") per ammirare uno degli spettacoli naturali più belli della zona. Le cascate pur non essendo imponenti riescono a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse che si alternano a splendide piscine naturali in perfetta armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite.
E' possibile ammirarle risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto. Qui la corrente è forte: è quindi necessario fare molta attenzione se si fa il bagno.
Misol-Ha: Abbiamo un'ora di tempo per ammirare la cascata di Misol Ha. Subito la vediamo in mezzo al verde della foresta. E' davvero spettacolare: sottile, sì, ma molto alta e si tuffa aggraziata in una deliziosa conca di acqua verde brillante. Una breve passeggiata conduce dietro la cascata, sino a una grotta buia dove si trova una piccola e suggestiva cascata di 5 metri.
Yaxchilan: Partiamo alle 5 del mattino, con i nostri prodi autisti: Miguel e Fernando: 180 km di strada (la Carretera Fronteriza da pochi anni asfaltata) e più 22 km di navigazione sul fiume Usumacinta ci portano a Yaxchilan al confine con il Guatemala.
Finalmente raggiungiamo il sito. Il manto selvatico della giungla copre gli edifici in modo affascinante, ma nasconde alla vista buona parte dello splendore dell'antica cultura Maya. La dimensione unica di questo luogo vale da sola un viaggio in Messico. Ci emoziona ascoltare le scimmie urlatrici: quasi un ruggito nella foresta mentre veniamo letteralmente divorati, nonostante il repellente per gli insetti, da zanzare fameliche!!!
Bonampak: Bonampak è un sito unico, inghiottito dalla giungla sino al 1946 quando due americani della United Fruit Company convinsero un indio Lacandon a rivelare il misterioso sito delle pratiche devozionali locali. In lingua maya vuol dire "muri dipinti" ed è appunto la presenza della più rilevante testimonianza della pittura maya che lo rende unico: splendide pitture murali, le più belle del periodo classico maya, che raffigurano cerimonie religiose, battaglie, sacrifici e offrono un interessante quadro della società maya del secolo VIII.
Palenque: Iniziamo la giornata con la visita al meraviglioso sito di Palenque. Il clima è caldo-umido, l'altitudine inferiore ai 350 m: In pratica si soffoca!!!
La città antica conobbe il suo massimo splendore sotto il re Pakal, chiamato anche Scudo del Sole. Nella cripta del Tempio delle Iscrizioni, oggi chiusa al pubblico a causa dei danni subiti dalla massiccia presenza dei turisti, sotto una lastra di 5 tonnellate, fu ritrovato il sarcofago con le spoglie di re Pakal con il coperchio con sopra il celebre "astronauta di Palenque" ma dobbiamo accontentarci di ammirare l'astronauta sulle immagini che la nostra guida ci mostra.
L'immagine è stata portata all'attenzione del pubblico dallo scrittore svizzero Erich von Däniken che l'ha interpretata come una testimonianza della visita all'umanità da parte di viaggiatori extraterrestri, avvenuta secondo l'autore in tempi remoti e della quale si sarebbe in seguito persa la memoria.
Campeche Circa a metà della costa occidentale dello Yucatan: la città storica di Campeche, patrimonio culturale dell'umanità, caratteristica per le sue case dai colori pastello e per quell'atmosfera coloniale che lo Yucatan più moderno della costa orientale ha perso ormai da anni.
Kabah: 30 minuti per ammirare Kabah un sito Puuc di indubbio fascino. L'edificio più famoso del sito è il Palacio de los Mascarones con una straordinaria facciata ornata da 300 maschere del dio della pioggia Chac Mool.
Tantissime le iguane, di tutte le dimensioni, che scorrazzano libere rincorrendosi tra le rocce o che prendono il sole.
Uxmal: A una ventina di chilometri da Kabah: Uxmal. Poco dopo l'ingresso si incontra la costruzione forse più celebre del sito: la Piramide dell'Indovino. Si tratta di un'originale costruzione dalla base ovale che raggiunge i 39 m. E' chiamata anche Casa del Nano perché una leggenda dice che la piramide è stata costruita in una sola notte magicamente da un nano uscito da un minuscolo uovo. Vicino si trova lo splendido Cuadrangulo de las Monas, Quadrilatero delle Monache, perché ricorda il cortile di un convento, con le 74 stanzette-celle. Non si sa a cosa fosse adibito: accademia miliare? Scuola? Palazzo?
Il nome Uxmal vuol dire "costruita tre volte" in riferimento alle tre fasi di realizzazione del sito (anche se pare che si possano riconoscere cinque fasi di sovrapposizioni architettoniche).
Celestun: Lasciata Merida andiamo alla ricerca di zone dove la natura è ancora padrona. A un centinaio di chilometri a ovest della città, dopo due ore e mezzo di viaggio in pullmino arriviamo al Parque Natural del Flamingo Mexicano famoso per la sua colonia di fenicotteri rosa, che vivono qui tutto l'anno grazie alla ricchezza degli animali di cui si cibano, larve di gamberi da cui prendono il colore rosa e si ritiene siano i più rosa del mondo. Oltre 600 km² di foresta sulle foci del fiume Celestun. A bordo di lance a motore possiamo ammirare la vegetazione che qui regna sovrana inghiottendo quasi tutte le sponde con le mangrovie che si tuffano nell'acqua.
All'orizzonte appaiono come una macchia rosa, contrastante con il verde scuro dominante, avvicinandosi si delineano le sagome dei fenicotteri, in piedi nell'acqua bassa stagnante, splendidi ed eleganti nel loro colore sgargiante e nelle loro pose quasi signorili.
Qui si incontrano colonie di ibis, fregate, garzette, pellicani, anitre, cormorani e oltre 300 specie di uccelli.
La barchetta si infila in un tunnel tra le mangrovie: stiamo navigando nelle acque rosse, colorate dalle radici delle mangrovie! Mai visto nulla di simile, il sole fa risplendere di un rosso vivo l'acqua, creando immagini stupefacenti! Nonostante l'acqua sia piuttosto fredda, la tentazione di un tuffo è troppo forte...
Alla sera in piazza il Festival della Cultura Yucateca.
Cenotes: La penisola dello Yucatan è caratterizzata dalla completa assenza di corsi d'acqua superficiali, eppure poche altre aree al mondo possono vantare una presenza d'acqua altrettanto massiccia e diffusa per merito dei cenotes. Nella lingua Maya cenote significa "occhio nella terra" e per gli antichi Maya non era solamente una fonte d'acqua, ma anche scenario di cerimonie religiose; secondo la tradizione l'acqua di questi pozzi era considerata "vergine e pura" perché non era esposta alla luce.
Per onorare gli dèi della Pioggia e dell'Acqua, nei pozzi, venivano gettate offerte di ogni tipo, da statue di legno a gioielli di giada e oro, da animali a esseri umani destinati al sacrificio.
Chichén ltzá: Facciamo il nostro primo ingresso a Chichén ltzá alla sera quando è già buio e il fascino di questo luogo ci rapisce. Ed ecco El Castillo: il tempio piramide orientato in modo tale che una diagonale punta ove leva il Sole al solstizio estivo e una faccia invece rivolta ove tramonta il Sole il giorno del suo passaggio allo zenit. Ma ciò che è veramente stupefacente è il fatto che nei giorni attorno agli equinozi, al tramonto del Sole, un gioco di ombre disegna un serpente che scende dai gradini fino ad arrivare ad una testa di rettile, scolpita sulla base: è il corpo luminoso del serpente piumato Kukulcan che si innesta sulla sua testa di pietra che è posta in basso. Questo evento è noto come la discesa di Kukulcan e noi assistiamo ad un suggestivo spettacolo di luci ed ombre che la rievoca.
Gli antichi sacerdoti in grado di prevedere questo evento facevano assistere al loro popolo a questo spettacolo di grande coinvolgimento emotivo. E così il 21 marzo gli occhi timorosi di quelle genti seguivano il lento ondeggiare delle spire di un serpente di luce che, nelle ore prossime al tramonto, si materializzava sulla balaustra della scalinata nord della piramide, unendosi alla testa di pietra scolpita sul fondo della scala.
El Castillo è una piramide che domina il luogo con la sua altezza di oltre 30 m: è una rappresentazione non solo del calendario maya, ma di tutta la loro astronomia. La piramide infatti è a nove livelli, come quelli del Mondo Inferiore. Ha poi 4 gradinate, ciascuna di 91 gradini che, sommati e aggiunti al livello superiore, danno in totale 365 gradini, quanti sono i giorni del calendario. Le 18 terrazze presenti su ogni facciata rappresentano i 18 mesi del calendario maya. Inoltre, su ogni faccia vi sono 52 pannelli di stucco che dovevano essere dipinti; essi rappresentano gli anni che compongono il secolo maya. Non è più possibile da qualche anno salire alla piramide.
Qualche brivido lungo la schiena, pensando alle scene del film Apocalypto di Mel Gibson, ci sorprende mentre visitiamo il sito. Chichén ltzá ha vissuto tre periodi storici diversi che hanno visto lo sviluppo di tre diversi stili architettonici: l'ultimo, definito postclassico, è il più importante in termini di testimonianze archeologiche perché vede la commistione di elementi maya e toltechi: al dio Chac Mool maya si unì il culto del serpente piumato Quetzalcoatl. I Toltechi oltre alle influenze architettoniche trasmisero ai Maya anche i sacrifici umani.
Nelle vicinanze si trova un imponente muraglia, quella del gioco della palla (juego de pelota). Gioco per modo di dire, in realtà era un rituale sanguinario che alla fine vedeva sacrificato il perdente che legato mani e piedi, veniva poi fatto rotolare giù dalla piramide.
Sempre in tema allegro si può visitare il Cenote del Los Sacrificios: qui dentro furono sacrificate parecchie persone ed alcune esplorazioni subacquee hanno confermato la macabra usanza del sito (far coincidere la fine con la fine della clip di chichen itza).
Gran Cenote: Ecco Gran Cenote: dopo averlo visitato dall'esterno mi viene voglia di esplorarlo dall'interno con le bombole.
Con un po' di coraggio mi butto in acqua. Si scende intorno ai 10 metri, un filo di arianna indica il percorso da seguire. L'acqua è talmente cristallina che sembra di volare: mi sento un po' Icaro! Fragili strutture di carbonato di calcio formano guglie e colonne, un'atmosfera surreale. Le sfioro, le guardo da vicino. Una sensazione unica mai provata, devo ammetterlo, in più di 100 immersioni in mare un po' in tutto il mondo.
Tulum: Raggiungiamo la celebre Tulum, penultima tappa del nostro viaggio, nello Stato di Quintana Roo. Finalmente mare, non vediamo l'ora! Bienvenidos a la Rivera Maya!
Alloggiamo nelle cabanas, bungalows sulla spiaggia, ce ne sono di tutti i tipi, da quelli piuttosto spartani a quelli di lusso. Sembra tutto irreale, l'unico rumore che sentiamo è l'infrangersi delle onde del Mar dei Carabi. La sabbia è talmente bianca che sembra neve. E' una sensazione strana essere così in silenzio, sperduti, l'elettricità viene interrotta alle 22.00. Non abbiamo la più pallida idea di che ora sia e tutto ciò che dobbiamo fare è NIENTE...
Passeggiando lungo la spiaggia non è difficile imbattersi nelle tartarughe marine che vengono a riva per deporre le uova, uno spettacolo al quale abbiamo assistito in una notte di luna piena: assolutamente indimenticabile.
Sito archeologico di TULUM: Il sito di Tulum deve la sua celebrità soprattutto alla sua magnifica posizione. E Ruin Beach, per la sua prossimità con le rovine Maya è qualcosa di assolutamente indescrivibile: i colori del mare, della sabbia e dello smeraldo della jungla, si intrecciano al fascino della storia e delle sue rovine, in un mix di antico e selvaggio che non ha pari nel mondo.
Tulum è una parola Maya che indica difesa, ed è forse questa la vocazione che aveva il sito, vista la sua posizione sulla costa poco tipica nella tradizione Maya, facilmente attaccabile a patto che si riuscisse a trovare il varco tra l'insidiosa barriera corallina. Ed infatti sembra che la città fungesse anche da guida ai naviganti, oltre che da importante porto commerciale: le luci attraverso le finestre del "castello" indicavano il giusto percorso alle imbarcazioni, nella migliore tradizione astronomica Maya!
Alla sera al ristorante un simpatico siparietto da parte del proprietario del locale.
Riserva Sian Ka'an A sud del sito archeologico, in direzione della Punta Allen si trova un altra importante attrazione, il parco naturale di Sian Ka'an (il cui nome maya significa Porta del Cielo), dove l'ambiente naturale conserva ancora il suo fascino primordiale. Il sito è patrimonio dell'umanità dell'UNESCO fin dal 1987. Sian Ka'an è l'area protetta più vasta di tutti i Caraibi, al sui interno contiene almeno 23 siti archeologici, 103 specie di mammiferi, 336 specie di uccelli (è un vero paradiso per il birdwatching) ed è luogo di riproduzione per le tartarughe di mare.
Isla Mujeres: Isla Mujeres è splendida: piccola, colorata, allegra con una spiaggia da cartolina. Noleggiamo le macchinine da golf e visitiamo l'isola, ci fermiamo in una spiaggetta bianchissima, il mare limpido e azzurro. Sembra il paradiso.
Visitiamo la Tortuganja, la nursery delle tartarughe, che qui si riproducono in questo luogo protetto al riparo dei pericoli naturali.
Facciamo un'escursione in barca all'isola Contoy un'area protetta dal 1961 e parco dal 1998 a 30 chilometri a nord di Isla Mujeres dove nidificano molte specie di uccelli. Uno splendido esemplare di razza si avvicina alla riva e si concede al nostro sguardo ammirato.
Il viaggio volge al termine ormai: non abbiamo ancora lasciato il Messico e già ne sentiamo nostalgia…
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