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Per il viaggio di quest’anno la scelta è caduta sulla Namibia, ultimo fra i paesi africani ad avere ottenuto l’indipendenza nel 1992.
Il gruppo di avventurieri si forma all’aeroporto di Francoforte, dove abbiamo il tempo per conoscerci e discutere l’intinerario del viaggio. Dopo una lunga notte di volo arriviamo a Windoek.
Windhoek è forse la meno africana fra le capitali africane. Situata al centro del paese si adagia selle montagne a 1600 metri d’altezza, gode di un clima secco e temperato, ed è popolata da circa 160,000 abitanti. Moderni grattacieli si affacciano su ampi viali percorsi dalle poche auto circolanti.
A testimoniare il suo recente passato qua e la case di stile tipicamente germanico.
A Windhoek, tutte le etnie namibiane sono rappresentate e convivono finalmente in armonia, dopo secoli di sanguinosi scontri tribali.
Molto alta è la presenza di europei residenti che hanno il controllo del commercio e delle e delle attività industriali. Negozi, boutik e centri commerciali, stracolmi di ogni genere di mercansia, può far pensare a una ricchezza diffusa, ma è solo una falsa impressione, per il 90% degli abitanti il reddito non supera i 2 euro al giorno. La ricchezza è concentrata nel 5-10-% della popolazione prevalentemente bianca.
Facciamo i rifornimenti di viveri acqua benzina e una quantità industriale di carta igienica.
Con 3 efficienti fuoristrada puntiamo verso Sud , destinazione le dune del Namib Desert, uno dei deserti più aridi della terra, a volte passano anni senza una goccia di pioggia.
In lontananza rocce nere seminate in un mare si sabbia aspro e desolato. In questo ambiente estremo fiorisce la WELWITSCHIA, una pianta grassa dalla vita lunghissima, alcune superano i 1000 anni. Proviamo una sensazione di vuoto, ognuno si trova di fronte a se stesso in uno spazio senza tempo.
Con un breve treking scaliamo alcune dune per godere del paesaggio, vedere alba e tramonto, ma il cielo quasi coperto ci ha impedito di ammirare pienamente lo spettacolo dei colori.
Risaliamo verso Nord, costeggiando le saline di Walvis Bay.
Lungo la strada bancarelle incustodite dove si può comperare un cristallo di sale e pagarlo ponendo le monete in una cassetta
Pernottiamo a SWAKOPMUND definita per la sua architettura la città più tedesca di tutta la Namibia.
Visitiamo la Cross Cope Sea, una spiaggia rocciosa popolata duecentomila otarie ammassate sugli scogli in una atmosfera da girone dantesco . Il profumo non è quello caratteristico del mare. L’odore è forte e pungente.
La corrente fredda che sale dal polo Sud, rende questo mare ricco di planton e pesci di ogni genere. Per le otarie una riserva inesauribile per l’alimentazione.
Anche per gli sciacalli non ci sono problemi, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Alla tranquillità delle femmine che allevano i piccoli , fa da contrappunto la continua lotta del maschi per il controllo del proprio arem.
Nella Scheleton Cost, avvolta quasi sempre dalla nebbia, per centinaia di kilometri non ci sono baie o porti naturali dove si possa attraccare. Per secoli navigatori e marinai hanno tentato un attracco ma sono finiti per naufragare selle coste scoscese.
Percorrendo per ore, polverose sterrate puntiamo verso l’interno.
All’orizzonte appare, il massiccio dello SPITZKOPPE che per la sua forma ricorda lontanamente la cima del cervino.
Un massiccio vulcanico composto da enormi cupole di granito rosso. Un labirinto di rocce in un paesaggio arcaico.
Per un po ci siamo identificati nei personaggi dei cartoni animati “gli antenati”. Montiamo le tende. Alcuni uccellini ci danno il benvenuto, forse hanno capito che qui si può anche mangiare qualcosa di buono.
La cima più alta superai 1700 una vera palestra per appassionati scalatori.
I meno stanchi, con qualche difficoltà, si cimentano nella scalata di una cima. I più romantici e scansafatiche ci godiamo in solitudine i tiepidi raggi del sole calante.
Alla luce del nuovo giorno, seguendo le indicazioni, cerchiamo un antico insediamento di biscimani. La scalata non è proprio una passeggiata.
Nelle grotte un tempo erano rappresentate scene di vita e di animali. Pitture rupestri che hanno resistito per millenni alle intemperie e che sono state distrutte in pochi anni da vandali viaggiatori che pur di portare a casa un centimetro quadro di pittura lo hanno devastato. E senza retorica dico che queste persone farebbero bene a starsene a casa piuttosto che andare in giro per il mondo e distrugge testimonianze di civiltà passate, senza dubbio superiori alla loro.
Rocce e sculture dalle forme più o meno astratte si reggono in un apparente precario equilibrio.
Dopo qualche ora di cammino qualcuno riprende fiato.
Salendo verso Nord-Est ci fermiamo in un sito della foresta pietrificata. Una coppia di somari ci guarda perplessa. Tronchi d’albero pietrificati, vecchi di 250 milioni di anni sono disseminati in una arida prateria. In alcuni pezzi si possono osservare i cerchi e le venature del legno.
Insieme ai tronchi affiora anche qualche scheletro di animale.
Una visione che poco o nulla ci ha impressionato.
Marcello per il problema al ginocchio è sempre l’ultimo della fila.
Ora puntiamo decisi verso Nord la prossima meta è il parco dell’Etosha.
Lungo la strada prestiamo soccorso a una famiglia del posto che ha forato due gomme. Durante il cambio della ruota Daniela e Giovanna estraggono una spina dal piede di una signora. Del gruppo fa parte anche un ranger che ha combattuto in Angola a fianco dei soldati cubani.
Giunti al loro villaggio ci ricompensano con del profumato pane appena sfornato.
Il villaggio è abitato da persone di etnia Errero che indossano vestiti lunghi, larghi e il caratteristico cappellino a punte.
Il tramonto ci coglie di sorpresa. Campeggiamo a notte fonda. La mattina siamo tutti di buon umore, dopo molte centinaia di km di sterrata finalmente una strada asfaltata.
Il parco dell’Etosha è ormai vicino. L’Etosha National Park, con i suoi ventimila km quadrati è una delle più importanti riserve naturale del mondo. Si trova immerso in un territorio che sicuramente assomiglia molto a com’era l’africa prima dell’arrivo dell’uomo: savane, radure, laghi salati ma sopratutto migliaia di animali che vivono nella meravigliosa e crudele armonia che la natura impone. All’interno si può girare con la propria auto senza l’ausilio di guide . La selvaggina pascola libera nelle praterie abituata ormai alla presenza dell’uomo.
Ci accampiamo al chemping di OKAUKUEJO. Montiamo velocemente le tende e ci precipitiamo alla pozza poco distante per osservare da vicino gli animali che vengono ad dissetarsi.
Qui è facilissimo fare la classica foto col riflesso in controluce.
Un giovane maschio con qualche voglia, deve lottare per convincere una femmina ad accoppiarsi.
Essendo in piena stagione secca, fiumi e laghi si sono prosciugati, le bestie fanno vari km alla ricerca delle poche pozze alimentate.
Pare che fra le bestie ci sia una regola non scritta ma da tutti rispettata su l’ora di accesso alla pozza. La mattina tocca alle zebre, al pomeriggio a antilopi e gazzelle, al tramonto gli elefanti, poco dopo le giraffe, e infine a notte fonda i rinoceronti.
Durante la notte iene e sciacalli girano intorno alle tende.
Alle prime luci del giorno siamo già in macchina per il giro dell’Etosha.
Lunghi rettilinei solcano le praterie. Il traffico scarso ci permette di cimentarci in qualche sorpasso.
Il primo incontro è con un gruppo di giraffe. Creature eleganti che sembrano disegnati da un artista di corrente futurista. Curiose e timide, si muovono con grazia ed eleganza. Da sopra le cime ci osservano senza timore.
Percorrendo savane sconfinate incontriamo antilopi di ogni razza, piccole marmotte, sempre all’erta. Grossi varani a caccia di uova e piccoli roditori, uccelli grandi e piccoli presenti nel parco.
In una pozza una ballerina a quattro zampe si esibisce in una spaccata.
Un maschio solitario, probabilmente escluso dal branco vaga da solo. Un’altro si avvicina incurante della nostra presenza.
Ritorniamo al campo dove preparo una abbondante spaghettata.
La notte è stata fredda e anche ora non fa caldo. Daniela è sempre la prima a svegliarsi per preparare la colazione.
Diamo un ultimo sguardo alla pozza, è l’ora delle zebre.
Lasciamo OKAUKUEJO diretti a Mamutoni. Dopo molti km assistiamo ad un spettacolo che mai avremmo immaginato.
All’orizzonte notiamo una fila interminabile di zebre, centinaia, forse migliaia che si dirigono all’unica pozza naturale della zona con ancora un po d’acqua. Ma l’acqua era alla fine e solo poche decine hanno potuto dissetarsi. Dopo pochi minuti la pozza era solo un impasto di fango e sterco.
Il sole è alto, la terra rovente, l’aria secca. Ci domandiamo dove e quando queste povere bestie si potranno dissetare.
Il cuore del parco è l’Etosha Pan, una sconfinata distesa pianeggiante bianco verdastra ricoperta di sale.
Nella stagione delle piogge queste immense pianure si trasformano in lagune salmastre popolate da migliaia di fenicotteri che nella stagione secca emigrano nei laghi della Tanzania.
Con l’evaporazione dell’acqua si forma una crosta di sale che crea un’atmosfera irreale nel cuore della savana.
Spesso lungo le piste ci si deve fermare per permettere il passaggio della selvaggina. In una occasione abbiamo potuto provare l’irrascibilità di un capo branco di elefanti. Il maschio in coda al gruppo controlla la situazione e al minimo pericolo per i piccoli non esita a caricare qualsiasi cosa. La tempestiva retromarcia di Marcello ha evitato che proseguisse nella carica.
Più avanti diamo la precedenza a un branco di Kudu. Poi e la volta di una mandria di caprioli. E infine un Giraffa che sfila e posa bella come una miss.
Proseguendo verso Est troviamo una pozza naturale. Spera mo nell’incontro con re leone ma il sole è ancora alto. Purtroppo non possiamo aspettare, prima del tramonto dobbiamo essere la campeggio di Mamutoni. Allora di cena il campeggio si popola di simpatici sciacalli attratti dal profumo di grigliate di carne . Alcuni si avvicinano fin quasi a essere toccati nell’attesa di qualche boccone. La scarpetta col sugo all’arrabbiata è stata molto gradita.
Lasciamo il parco e ci dirigiamo verso Nord a Raucana dove inizia il territorio abitato dagli HImba che è la meta finale del nostro viaggio.
Appena fuori dal campeggio abbiamo la fortuna di assistere al tentativo di caccia di una leonessa che era riuscita ad isolare una giovane giraffa, per nulla rassegnata a finire in pasto. Ma non sappiamo com’è andato l’attacco finale.
Oggi la tappa è lunga corriamo decisi. Anche i colori del paesaggio cambiano, dal bianco delle lagune asciutte siamo passati al giallo fuoco di un mare d’erba secca.
Branchi di Gniù vanno e vengono da tutte le parti.
Durante i lunghi trasferimenti , la cassiera Antonella fa i conti e quando fa i conti vuol dire che bisogna rimpinguare la cassa. Dove possiamo, facciamo rifornimenti di viveri e benzina, ma non solo.
Per la pausa pranzo ci atteniamo, su ordine della cambusiera Daniela, al classico menù in linea con lo spirito di avventure: fette di pancarrè, sardine o tonno in scatola, con cipolline o carciofini sottoaceto. A volte anche una mela a testa.
Per la cena però lo spirito di avventure lo mandiamo a quel paese.
Man mano che ci avviciniamo alla valle del fiume Kunene, cambia il paesaggio non più aride pianure di erba secca ma colline con foreste verdeggianti.
Passiamo la notte in un confortevole logg sulla riva del fiume e finalmente dormiamo su un comodo letto.
Il risveglio è stato lento, come lenta è la corrente del Kunene. Puntiamo verso Nord- Ovest destinazione Epupa Fallis. Le piste strette e sconnesse mettono a dura prova macchine e autisti.
Incontriamo i primi indigeni del posto e sento che sono arrivato nell’Africa che cercavo, l’Africa primordiale culla del della razza umana. L’Africa lontana dalla contaminazione della cultura europea.
Offriamo loro delle mele che raramente possono avere.
Siamo in territorio Himba, e finalmente avviene l’incontro con questa etnia che fino ad ora avevo visto solo in fotografie su tutte le riviste di viaggi. Gli Himba sono fra le ultime etnie della terra che resistono nel preservare la loro cultura dalle influenze dell’occidente. Caratteristica delle donne Himba è l’uso di una crema fatta con burro e polvere di ocra rossa che si spalmano su tutto il corpo per difendersi dai raggi del sole, dal freddo della notte e dagli insetti.
Disponibili e socievoli sorridono facilmente mettendo in evidenza labbra carnose e denti bianchissimi. In questa zona mucche e capre hanno preso il posto di Giraffe e Zebre. Nell’ultima sosta prima di arrivare al campeggio Marcello raccoglie la legna per il fuoco della sera.
Arriviamo a Epupa Fallis, un’oasi di palme sulle rive del Kunene.
Montate le tende, facciamo una camminata lungo il canyon.
La valle del Kunene è senza dubbio la più selvaggia e suggestiva di questo lembo di Namibia .
L’acqua cristallina precipita con vari salti in una stretta spaccatura. Uno spettacolo di energia e colori offerto dalla natura.
Poco distante, dal campeggio, visitiamo un villaggio Himba.
Chiesto ed ottenuto il permesso dalla donna capo villaggio, possiamo osservarli nelle loro attività di tutti giorni.
Nella società Himba sono le mogli del capo ad avere la responsabilità della comunità, mentre gli uomini si occupano del bestiame.
Tutte le donne sono impegnate a fare qualcosa.
La nostra invadente presenza non distoglie l’attenzione dalle loro attività.
L’unico indumento che indossano è un gonnellino allacciato alla vita, pesanti cavigliere e bracciali, e collane fatte con fili di rame intrecciati ricoperte dalla stessa crema. Da vicino, a stretto contatto, possiamo vedere nei particolari l’abbigliamento e le acconciature.
I capelli lunghi e ricci sono intrecciate e ricoperte di burro e ocra, legate a metà da una sottile striscia di morbida pelle. Le gonne sono corte sul davanti e lunghe dietro aperte sui fianchi. Le donne sposate portano sui capelli una acconciatura di pelle a forma di cresta.
Gli uomini quando sono nel villaggio se ne stanno in disparte lontano dalle donne, in un punto di ritrovo tutto per loro.
I bambini giocando, imparano presto il mestiere del padre.
Tutto il necessario alla vita quotidiana è prodotto o preparato dalla comunità. Dovendo lasciare il villaggio, ringrazio e saluto la signora che ci ha accolto, che ricambia con una stretta di mano che mai avrei voluto lasciare e un lungo discorso dal quale traspare la forza del carattere e la dignità di questa gente.
Lascio il villaggio a malincuore.
Il viaggio continua verso Sud-Est destinazione Opuwo.
Ci fermiamo a OKANGUATI per fare rifornimento di benzina, non ci sono altri distributori nel raggio di 100 km.
La signora di etnia Errero che gestisce li distributore ci dice che siamo fortunati, la benzina era appena arrivata. Mentre tutti sono impegnati nel rifornimento io faccio un giro per il villaggio.
Mi avvicino a una capanna, chiedo alla donna più anziana il permesso di avvicinarmi. Mi invitano a sedere, mi fanno capire che sono tre sorelle. La ragazza già sposata e madre di un bambino, è figlia di una di loro.
All’interno della capanna si notano i primi segni del consumismo, contenitori di plastica e corrente elettrica. Una piccola parete separa la zona notte riservato alla ragazza. La ragazza che dice di avere 16 anni, indossa con aria civettuola il costume tradizionale e gli ornamenti di quando si è sposata.
Senza sottointesi devo dire che è bellissima.
Prima di ripartire visitiamo la scuola del villaggio.
A Opuwo facciamo anche rifornimento di viveri.
All’ombra di una pianta un gruppo di donne Himba produce e vende polverine di tutti i colori.
Viaggiamo tutto il giorno fra nuvole di polvere su sterrate che solcano spazi sconfinati, raramente incontriamo altre auto.
Al tramonto siamo lontani da campeggi e centri abitati. Contro ogni regola del buon viaggiatore ci accampiamo sul greto di un fiume in secca.
La polvere penetra fino alle ossa, ma ci siamo abituati, fa parte dei sapori dell’Africa.
Per cena prepariamo bruschette al pomodoro e fusilli al tonno. La notte anche se stanchi abbiamo dormito poco.
Una delle componenti del gruppo, abitualmente astemia, ha tracannato due bicchieri di Wodka. Per alcune ore è stata a dir poco “brillante”.
All’alba sotto un cielo cupo andiamo a trovare un piccola comunità composta da due famiglie una Himba e una Errero. Ogni famiglia dispone di una sola capanna che non può contenere tutti i componenti del nucleo famigliare.
I bambini hanno trascorso la notte dormendo fuori sotto una coperta. Il freddo è secco e pungente. Tutti hanno tosse e raffreddore e forse qualcosa di più grave.
Marcello li coinvolge nel gioco più antico del mondo. Quei sorrisi c’è li portiamo dietro per tutto il viaggio.
Oggi non è una bella giornata, l’aria è fredda, il cielo è denso di nuvole ma non piove. La stanchezza comincia a farsi sentire.
Arriviamo a Orupembe, sulla cartina è segnalato come centro abitato. C’è solo un monolocale chiuso e una capanna deserta.
Volevamo chiedere informazione sulla pista per Puros.
Ora la pista è al limite dell’impossibile. Comunque proseguiamo verso Sud, destinazione Puros, la meta finale del nostro viaggio.
I villaggi Himba si susseguono l’uno dopo l’altro. In uno siamo costretti a fermarci. Quattro ragazzine si sono messe di traverso sulla strada, nel villaggio ci sono due feriti e hanno bisogno di cure.
Una donna dal viso bello ma sofferente ha una profonda ferita ad un piede. Daniela con l’esperienza di volontaria della croce rossa e Giovanna si danno da fare con quello che abbiamo.
La copo famiglia non proprio entusiasta della nostra presenza continua indifferente ha sbattere il latte per farne del burro.
L’altro ferito è un ragazzino con una brutta infezione ad una coscia che ha bisogno di antibiotici. Si pone il problema di spiegare come e quando prenderli. Ci viene in aiuto una guida locale di passaggio che parla lo stesso dialetto. Anche qui vediamo solo donne e bambini, gli uomini sono fuori al pascolo con le bestie.
Dopo molte otre di scarrozzate, dobbiamo fermarci per cambiare la terza ruota bucata. Durante le ore più calde i sassi delle sterrate riescono a forare i pneumatici. Ci a accorgiamo anche di aver perso una targa.
Sotto il controllo di un branco di Orici mangiamo qualcosa. Ritornano in mente le gustose grigliate di bistecche di Orice e Kudu.
Non disponendo di un navigatore satellitare, cerchiamo di capire in che punto siamo.
Con qualche dubbio proseguiamo, ma A Puros si conclude il mio viaggio mirato alla conoscenza di questo popolo affascinante.
Su una radura che sovrasta la savana si trova un tipico villaggio Himba.
Il villaggio è abitato da una famiglia allargata ai parenti, è composto da una decina di capanne disposte a cerchio, cintato con uno steccato di tronchi per impedire l’entrata di animali predatori e ladri. Al centro, il recinto per le bestie. Per gl’Himba il bestiame è tutto, equivale al nostro concetto di denaro e viene usato come merce di scambio, il numero degli animali rappresenta la ricchezza e il prestigio di chi li possiede.
Le capanne sono costruite con rami intrecciati, coperti da sabbia e sterco. Davanti all’entrata un braciere col fuoco sempre acceso. Il fuoco è l’elemento sempre presente in tutti riti.
Gli Himba di religione animista, hanno resistito e, respinto tutti i tentativi di addottrinamento venuti da fuori, praticando e riti e costumi ereditati nel tempo.
Nei loro rituali molto complessi, non sono previsti mortificazioni o mutilazioni al corpo, come avviene in altre etnie di altri paesi. All’età di 2 anni solo ai maschi viene praticata la circoncisione .
All’inizio del giorno la prima cosa da fare per la donne è la cura del corpo.
La crema di burro e ocra li protegge dal freddo e dal sole, ma li fa sentire anche più belle e attraenti .
L’uso della crema rende la carnagione liscia e rossiccia. Il loro aspetto è così del tutto diverso dalle altre etnie africane .
Il problema per noi, fra virgolette “civilizzati” è l’odore forte e pregnante di burro rancito.
Molto tempo è dedicato alla cura delle acconciature. In questo non sono diverse dalle nostre donne.
Completata la toualet, passano alle varie attività di tutti i giorni: costruire oggetti di uso comune, coltivare la terra e conciare pelli.
Fra gl’Himba è ammessa la poligamia. Un uomo può avere due o tre mogli che vivono in capanne separate. Quando il capo famiglia è assente, è la prima moglie ad avere la responsabilità di tutta la comunità.
L’alimentazione abbastanza ricca di calorie, si basa principalmente su latte fresco o fermentato, farina di mais, zucche e carne.
I bambini in età scolare frequentano la scuola nel centro abitato.
Le bambine piccole si distinguono dai maschi per due trecce che cadono sulla fronte, quando raggiungono la pubertà le trecce vengono sciolte e fatte tante treccine che vengono coperte di grasso e ocra.
I ragazzini hanno un'unica treccia che sporge dalla nuca. Raggiunta la maturità sessuale a 14-15 anni, maschi e femmine si possono accoppiare e sposarsi, le coppie sono già state decise dai genitori fin da piccoli, però la ragazza prima della matrimonio deve partorire almeno un figlio per dimostrare la sua fertilità.
La nascita di un bambino è salutata con una grande cerimonia.
Per l’occasione vengono sacrificati alcuni buoi. Alla festa partecipa tutto il villaggio.
Il rapporto fra gli abitanti del villaggio è basato sul rispetto della dignità.
C’è da sperare che questa dignità non venga intaccata da turisti che con la presunzione di essere benefattori regalando magliette e pantaloncini firmate sconvolgendo le tradizioni e il rapporto che hanno con la natura che li circonda.
Qui per fortuna non sono ancora arrivati armi e alcolici, ma mi chiedo quanto tempo resisteranno alla contaminazione del consumismo.
Fino a pochi anni fa era difficile arrivare in questi posti, per le lunghe distanze e l’assenza di piste. Oggi chiunque può noleggiare un potente fuoristrada e arrivare in ogni luogo. E si sa che dove arrivano i bianchi prima o poi tutto cambia.
E’ giunto i momento di lasciare questo lembo d’Africa. Mi mancheranno i disagi, la polvere respirata, gli odori dell’africa, i sorrisi di questo popolo accogliente depositario di una cultura arcaica che sa ancora sorridere.
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