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> INTRODUZIONE
Duecento milioni di anni fa, secondo la teoria della deriva dei continenti, sul nostro pianeta esisteva una sola terra emersa, chiamata Pangea. Col passare del tempo, questo supercontinente, si è via via frantumato, generando diversi blocchi; questi, andando alla deriva, hanno finito per formare i continenti attuali.
La stessa teoria, sostiene che, al tempo di Pangea, Africa e India, siano state delle terre contigue tra loro e quando queste si separarono, rimase isolato per milioni di anni, in mezzo all’oceano, un lembo di terra che oggi è chiamato MADAGASCAR.
Il lungo isolamento dalle altre terre emerse, ha conferito al Madagascar delle caratteristiche naturali, uniche al mondo. L’isola, come un’Arca biblica, ha custodito, al suo interno, specie di animali e vegetali, ormai scomparsi da altri continenti.
Nel mondo animale, gli esempi più indicativi, sono rappresentati dai lemuri; questi, considerati come gli antenati delle scimmie, rappresentano il primo gradino dell’evoluzione.
Anche la flora dell’isola presenta delle specie endemiche. Tra queste, la più emblematica, inconfondibile per la sua forma a ventaglio, è la cosiddetta “Palma del viaggiatore”.
Restando nel mondo dei vegetali, un altro esempio di pianta endemica del Madagascar, è il Baobab: qui, e da nessun’altra parte, si trovano sei delle otto specie, esistenti al mondo.
Un altro grande enigma è l’origine dei malgasci: i delicati tratti del volto, la pelle bruna e la piccola statura, oltre alla lingua e alla cultura, lasciano intuire che questi popoli siano arrivati, prevalentemente, dalla lontana Asia, piuttosto che dalla vicina Africa.
L’itinerario di questo viaggio attraverso le bellezze naturalistiche del Madagascar, comincia dalla capitale Antananarivo, conosciuta anche come Tanà.
> MORONDAVA
Poco dopo l’arrivo dall’Italia, ripartiamo con un volo nazionale che ci porta a Morondava: semplice cittadina sul mare, che rappresenta la base di partenza per la visita del Parco Nazionale del Tsingy; parco che raggiungeremo dopo esser passati da Belo e da Bekopaka.
Al mattino presto, quando partiamo, c’è già molta vita, a Morondava.
> AVENUE DU BAOBAB
Percorrendo la strada sterrata che porta a nord, dopo 15 km, incontriamo il caratteristico Viale dei Baobab.
In questo punto, la strada è costeggiata, da un lato e dall’altro, da imponenti esemplari dell’inconfondibile albero dal tronco rigonfio; al suo interno, ha la capacità di trattenere migliaia di litri d’acqua.
I rami dei baobab, presenti solo sulla sommità della pianta, durante la stagione secca, sono privi delle foglie, degli odorosi fiori e dei frutti a forma ovoidale, tipici di questi alberi.
Nei pressi del “viale” si trova un piccolo villaggio; per i bambini che vi abitano, la presenza di stranieri è sempre un momento d’attrazione. 016 - Per loro, posare per una foto, è un gioco al quale si prestano volentieri; infatti, sanno bene, che, dopo lo scatto, possono rivedersi nello schermo della macchina digitale.
Lasciato il caratteristico luogo, ci spostiamo di pochi chilometri per andare a vedere due particolari baobab. Gli esemplari in questione, sono cresciuti avvinghiati tra loro come in un tenero abbraccio, e per questo motivo sono chiamati “i Baobab innamorati”.
> VERSO IL PARCO DEL TSINGY
Ci sembra singolare, vedere il cartellone pubblicitario di una compagnia telefonica, situato al centro di un minuscolo villaggio, sperduto nel nulla.
Dopo quattro ore di strada sterrata e tanta polvere, siamo arrivati sulla riva sud del Fiume Tsiribihina.
Per raggiungere la sponda opposta si può usufruire del servizio svolto da piccole ma capienti barche; per traghettare i mezzi a motore ci sono, invece, delle apposite chiatte. Le piroghe, rappresentano per le persone un altro possibile mezzo per passare il fiume.
Sulla barca, cose e persone sono stipate sino all’inverosimile.
Dopo tre quarti d’ora circa, siamo arrivati dall’altro lato del fiume.
Qui troviamo ad attenderci il mezzo con il quale proseguiremo il viaggio: un camion cabinato che in cinque ore, su strada sterrata, ci porterà fino alla cittadina di Bekopaka, situata sulla riva nord del fiume Manambolo.
> PARCO DEL TSINGY
Dopo la notte passata a Bekopaka, al mattino, raggiungiamo il Parco Nazionale del Tsingy: unico sito del Madagascar che l’UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’umanità. Per visitare il parco, seguiremo un percorso di media difficoltà che, in alcune parti, richiede il passaggio attraverso scalette, passerelle o ponti.
Il tratto iniziale, così come altri che troveremo più avanti, si snoda in mezzo a delle alte pareti di roccia calcarea, molto vicine tra loro.
Lungo il tragitto, ci sono anche dei passaggi all’interno di grotte piuttosto buie; le stesse dove, un tempo, vivevano i Vazimba, i primi abitanti del Madagascar.
Man mano che si procede, il percorso conduce verso le zone più alte del parco.
In alcuni casi, i passaggi attraverso le scalette o le passerelle, sono abbastanza difficili, soprattutto per chi soffre di vertigini.
La sicurezza degli escursionisti, come prevede il regolamento del parco, è in ogni modo garantita dalle imbracature; con queste ci si aggancia ai cavi d’acciaio, situati nei punti più critici del percorso.
L’attrazione maggiore del parco, sono gli “Tsingy”, ovvero dei pinnacoli calcarei, modellati dall’acqua e dal vento; questi, in alcuni casi, raggiungono altezze considerevoli, di diverse centinaia di metri.
Questa, non è l'unica area dove si trovano simili formazioni rocciose, ma è la sola dove i pinnacoli raggiungono le dimensioni più alte.
L’immagine della Madonna, sembra essere stata riprodotta, dalla natura stessa, in uno dei tanti picchi che vediamo in lontananza.
Nel parco, vive una fauna piuttosto varia che comprende anche gli animali più distintivi del Madagascar; tra questi, vediamo il camaleonte: metà delle specie esistenti al mondo, di questi particolari rettili, si trovano sull’isola.
Rintanato dentro il tronco di un albero, scorgiamo un esemplare del timidissimo Lepilemure; vediamo inoltre, svariati lemuri Sifàka, dalla setosa pelliccia di color bianco-giallastro, rinomati anche per la loro abilità di saltatori.
> VERSO IL FIUME TSIRIBIHINA
Conclusa la visita del Parco del Tsingy, facciamo una breve sosta al villaggio di Bekopaka.
Per proseguire il nostro viaggio, dobbiamo attraversare il fiume Manambolo, prima di riprendere la strada verso sud.
Per traghettare, ci bastano solo un paio di piroghe, poiché il camion col quale viaggiamo, si trova già sull’altra riva.
La traversata del fiume, nonostante la lentezza delle imbarcazioni, si compie piuttosto velocemente e dopo dieci minuti circa siamo nuovamente sulla terra ferma.
Anche da questo lato del fiume c’è molta gente.
Le persone vivono la propria quotidianità con molta calma: “Mora mora”, dicono i malgasci, ovvero “piano piano”.
Persone, merci e automezzi aspettano, senza alcuna fretta, il loro turno per traghettare.
Dopo aver attraversato il fiume, lasciamo definitivamente Bekopaka per far ritorno a Belo; anche questa volta, occorreranno cinque ore per coprire lo stesso percorso sterrato, fatto all’andata. Di primo mattino, a Belo, affacciandoci dalla finestra del nostro alloggio, casualmente, assistiamo alla macellazione di una capra.
Oggi, riprendiamo il nostro itinerario, viaggiando su un barcone a motore lungo il fiume Tsiribihina.
> IL FIUME TSIRIBIHINA
Partendo dall’imbarcadero di Belo, navigheremo per due giorni e mezzo, a una velocità di crociera molto bassa, fino a raggiungere il porto di Masiakampy, situato nei pressi di Miandrivazo.
Il barcone è fornito di cucina e i cuochi, per tutta la durata dell’escursione, preparano cibi caldi sempre diversi, secondo le gustose ricette della cucina malgascia. Tutti i pasti sono consumati a bordo, durante la navigazione.
Di tanto in tanto, per l’approvvigionamento di viveri e carburante, ci si ferma nei piccoli villaggi di pescatori, che si trovano lungo le sponde del fiume.
Il lento navigare, ci permette di avere lunghi momenti di relax da dedicare, sia all’osservazione del paesaggio, sia agli interessi personali.
Un piccolo lemure addomesticato, adottato come mascotte della barca, per tutto il tempo del viaggio lungo fiume, catalizza la nostra attenzione.
Una sosta durante la navigazione, ci porta a visitare, poco distante dalla riva del fiume, una piscina naturale nella quale si riversano le acque di una piccola cascata.
Durante la stagione secca, in alcuni punti del fiume, le acque sono piuttosto basse. Per questo motivo, può capitare che la barca si areni nel fondale sabbioso e per liberarla è necessario l’intervento a braccia, degli uomini dell’equipaggio.
Siamo arrivati al porto di Masiakampy, meta finale dell’escursione sul fiume Tsiribihina. Anche qui, il livello dell’acqua è molto basso e lo sbarco, senza altra possibilità, avviene distante dalla riva.
> VERSO ANTANANARIVO
Dal porto, raggiungiamo dapprima la vicina cittadina di Miandrivazo e a seguire, con un bus, proseguiamo fino ad Antananarivo, attraversando parte dell’altipiano collinoso centrale del Madagascar. La strada, contrariamente a quelle percorse fino ad ora, è tutta asfaltata e piuttosto comoda.
Lungo il percorso, s’incontrano piccoli centri con casette in muratura.
Come al solito, i villaggi sono animati da molta gente, sorridente e sempre disponibile a mettersi in posa per una foto.
Raggiungere Antananarivo rappresenta solo una tappa logistica; infatti, da qui, in aereo, voliamo verso l’estremo sud del Madagascar, atterrando a Taolagnaro, meglio conosciuta col nome di Fort Dauphin.
> LA RISERVA DI NAHAMPOANA
Poco distante dalla cittadina, c’è la piccola riserva forestale di Nahampoana, dove si trovano animali e piante di diverse specie; in particolare, si possono osservare, da molto vicino, svariati lemuri semi addomesticati.
Vediamo quindi, diversi esemplari di lemuri Catta, con la caratteristica coda ad anelli bianchi e neri … ed anche molti lemuri Sifàka, dalla folta pelliccia bianca.
All’interno della riserva, c’è anche un fiume, contornato da una fitta vegetazione, lungo il quale si può fare una breve escursione in barca, accompagnati dalle guide locali.
La breve strada che collega la riserva di Nahampoana con Fort Dauphin è popolata da molta gente che vive in capanne piuttosto fatiscenti.
Un’autoradio che suona musica ad alto volume, per un gruppo di bambini è l’occasione per un momento di aggregazione e di divertimento.
> EVATRA E LA PENISOLA DEL LOKARO
La Penisola del Lokaro, che vediamo in questa foto satellitare, è il principale motivo d’interesse di questa zona. Partendo da Fort Dauphin, con una lancia a motore, si naviga lungo laghi e canali fino al villaggio di Evatra e da lì prosegue a piedi fino alla penisola.
Il percorso è contornato da una rigogliosa vegetazione; oltre alle mangrovie, ci sono un’infinità di “Orecchie d’elefante”: piante alte 3-4 metri, con foglie gigantesche, simili a quelle del banano.
Di tanto in tanto, svettante sopra la vegetazione, si vede anche qualche esemplare di “Palma del viaggiatore”.
Dopo due ore di navigazione, giungiamo al villaggio di Evatra.
Il nostro arrivo, richiama l’attenzione di una moltitudine di bambini. Qui ad Evatra, il numero degli abitanti giovani è molto alto: su una popolazione di 1.500 persone, 1.000 hanno un’età sotto i quindici anni.
Il dato è confermato anche dal colpo d’occhio; infatti, in giro, non vediamo altro che giovanissimi impegnati in svariati giochi.
Tra i bambini si nota un grande affiatamento: non si vedono mai bisticciare tra loro e i più grandi badano ai piccolissimi.
Il villaggio è composto di capanne costruite in modo molto precario.
La scuola pubblica, realizzata con aiuti umanitari, è l’unica struttura in muratura di tutta la zona.
La gente del villaggio, vive quasi esclusivamente di pesca, anche grazie alla generosità del mare.
A sera, dopo uno spettacolare tramonto sulla laguna di fronte Evatra e dopo un’ottima cena malgascia, i bambini del villaggio, si esibiscono per noi, attorno al fuoco, in uno spettacolo di canzoni.
Partendo da Evatra, con un piacevole trekking andiamo alla scoperta delle più belle spiagge dei dintorni, fino a raggiungere la penisola del Lokaro.
Lungo il percorso, vediamo diverse piante caratteristiche: l’Euforbia, il cui lattice, a contatto con gli occhi, porta alla cecità; l’Aloe Vera, che, contrariamente alla prima, ha tante proprietà medicinali; le carnivore del genere Nepenthes, che attirano gli insetti e li assimilano dopo averli decomposti.
Vediamo anche un fungo che abitualmente spunta dallo sterco di Zebù.
Sulla spiaggia, i pescatori hanno ritirato da poco le reti.
Nel loro bottino di pesca, ci sono anche delle grosse aragoste, che mostrano a scopo di vendita.
L’escursione prosegue lungo la costa, rivelando luoghi spettacolari, sempre differenti.
Le lunghe spiagge di sabbia bianca e il mare cristallino, caratterizzano l’estremità della Penisola del Lokaro.
Alcuni Zebù sulla spiaggia, ci danno l’opportunità di conoscere meglio quest’animale simbolo del Madagascar: ha l’aspetto di una vacca con la gobba; la sua carne è ottima da mangiare; è utilizzato come bestia da traino; possederlo, è emblema di potere e ricchezza.
Conclusa l’escursione alla Penisola del Lokaro, andiamo via anche da Evatra.
Per far ritorno a Fort Dauphin, con la lancia a motore, ripercorriamo gli stessi laghi e canali, seguiti nel viaggio d’andata.
Durante la navigazione, il sole tramonta e compiamo, buona parte del percorso, alla luce degli ultimi bagliori del giorno. Il crepuscolo, rende il paesaggio molto suggestivo; l’acqua, completamente ferma, è uno specchio che raddoppia l’immagine della rigogliosa vegetazione.
> PARCO NAZIONALE DELL’ISALO
Da Fort Dauphin, con un volo interno, ritorniamo sulla costa occidentale del Madagascar. Con l’aereo arriviamo a Toliara, da dove, con un bus, raggiungiamo, dopo cinque ore, Ranohira; la cittadina, fa da base d’appoggio per le escursioni dirette al Parco Nazionale dell’Isalo. Di buon mattino, partiamo per un trekking di due giorni che prevede anche una notte in tenda.
La prima tappa, che raggiungiamo abbastanza agevolmente, è il Canyon des Rats: una gola con alte pareti, dove scorre un piccolo fiume.
La seconda tappa, poco distante dalla prima, è il Canyon des Makis, popolato da parecchi lemuri.
Il Parco dell’Isalo, comprende un massiccio di arenaria, esteso per oltre 80.000 ettari.
A questo punto, bisogna affrontare la parte più faticosa dell’escursione; infatti, per raggiungere la sommità del massiccio, si deve percorrere un sentiero in ripida salita.
Dopo un’ora circa, finita l’ascesa, la stanchezza è ripagata da un emozionante panorama, sulla sottostante valle desertica.
Da questo momento in poi, il sentiero è pressoché pianeggiante.
Le rocce d’arenaria, scavate dall’erosione, nel corso di milioni di anni, hanno portato alla formazione di ampie vallate all’interno del massiccio.
La prima giornata di trekking, si conclude con l’arrivo alla “Cascata delle Ninfe”; alla sua base c’è una piscina naturale, dall’acqua piuttosto fredda.
Il percorso del secondo giorno, come tappa iniziale, vede protagonista un’altra piscina che, con molta fantasia, è stata denominata “Piscina Naturale”.
Somigliante a un mini baobab, una pianta tipica della zona, per via della sua forma tozza è chiamata zampa d’elefante.
Tra le rocce dell’Isalo, si nascondono le tombe di antichi abitanti; per questo, può capitare di vedere delle bare vuote, abbandonate.
> NOSY BE E L’ARCIPELAGO DELLE MITSIO
Dopo la visita del Parco Nazionale dell’Isalo, da Ranhoira, torniamo in bus a Toliara; da qui, con due voli interni, andiamo prima nella capitale Antananarivo, e dopo proseguiamo, alla volta dell’isola di Nosy Be, il luogo più turistico di tutto il Madagascar.
Per evitare il caos turistico, navigheremo in catamarano, per quattro giorni, alla scoperta delle isole minori vicine a Nosy Be, in cerca di luoghi incontaminati.
Spiegate le vele, puntiamo a nord/est verso le isole Mitsio.
L’arcipelago delle Mitsio, si trova a 55 km da Nosy Be. È composto di molte isole, isolotti e scogli, quasi tutti disabitati. Tra questi vedremo la “Grande Mitsio” e Tsarabanjina.
I primi che incontriamo, sono quattro isolotti, più simili a dei grossi scogli, che sono chiamati i “Quattro fratelli”.
Gli isolotti sono inaccessibili e sono popolati solo da uccelli marini.
La punta a sud della grande isola Mitsio, presenta una parete di basalto esagonale, unica al mondo; questa, è chiamata le "Canne d'organo", per via del disegno a linee verticali regolari.
Una perla dell’arcipelago è sicuramente Tsarabanjina.
Purtroppo, l’isola è privata e accoglie, nel suo esclusivo resort, solo turisti facoltosi che possono permettersi, ad esempio, attività d’elite come lo sci nautico.
Il nome Tsarabanjina rispecchia in pieno la sua identità; infatti, in malgascio, vuol dire “isola dalla sabbia bella”.
Durante la crociera, i cuochi di bordo si prodigano nel preparare, ottime e variegate pietanze, secondo le ricette malgascie.
La cambusa è ben fornita di tutto il necessario, compresi dei granchi vivi da tirar fuori all’occorrenza.
A volte, anche il mare, generosamente, fa dono di qualche suo frutto.
Il pescato è subito lavorato e utilizzato per realizzare dei piatti fuori programma, inventati sul momento.
Lasciamo l’Arcipelago delle Mitsio e ci spostiamo a sud-ovest di Nosy Be; andiamo a scoprire un’altra piccola perla chiamata Nosy Iranja.
In realtà, Nosy Iranja, è composta di due isole. L’isola più grande, grazie a una striscia di sabbia che emerge con la bassa marea, si collega a quella più piccina, che si trova a un chilometro e mezzo di distanza.
Sull’isola, c’è un villaggio di capanne dove vive stabilmente una piccola comunità. Il sostentamento di questa gente è basato, in prevalenza, sulla pesca.
Lasciamo le spiagge bianche di Nosy Iranja e ripartiamo dall’isola, portando con noi il ricordo del suo mare color smeraldo.
Al largo, il catamarano ci attende per raggiungere l’ultima tappa del nostro viaggio.
Da Nosy Iranja, puntiamo verso Nosy Be; prima, però, faremo una breve sosta nella piccola isola di Tanykely.
In prossimità di Tanykely, vediamo sullo sfondo la sagoma di Nosy Komba.
Grazie alle sue ridotte dimensioni, nonostante sia tra le più frequentate, l’isola rimane una meta esclusiva.
Anche qui la natura trova il modo di sorprendere il visitatore, come nel caso di questa colonia di pipistrelli giganti, detti “Volpi volanti”.
Finisce qui, questo viaggio alla scoperta della natura del Madagascar: un patrimonio di flora e fauna, unico al mondo, che tutta l’umanità, ha il dovere di preservare.
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