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In partenza da Bamako percorriamo un ponte che valica il fiume Niger: il Mali deve la sua vita al grande fiume e al suo affluente Bani. Qui ci troviamo all'approdo del traghetto sull'isola di Djenne al centro del fiume Bani. Djenne era considerata una delle tante città fondate dopo il nono secolo dagli arabi e berberi penetrati a sud del Sahara, fino a quando all'inizio degli anni '80 due archeologi americani portarono alla luce le rovine di Djenne-Djeno, un insediamento risalente al terzo secolo A.C. Un piccolo Museo ci introduce agli scavi di Djeno, situati a circa tre chilometri dalla città attuale. Oggi si vede solo un terreno ricoperto da cocci di ceramica, dove sono stati trovati resti di abitazioni in mattoni di fango, statuette in terracotta e tombe con urne cinerarie.
In contrasto con questi reperti di antiche civiltà, nella Djenne attuale una delle prime testimonianze di cultura islamica è la tomba di Tapama, una vergine che secondo una leggenda del nono secolo, si tolse la vita per salvare la città accusata di immoralità. Invece la continuità con l'antica Djenno è dimostrata dalle costruzioni in mattoni di fango misto a paglia (il cosiddetto "banco"), lo stesso materiale di 2300 anni fa! Le abitazioni più ricche appartenevano un tempo a commercianti marocchini e presentano sulla facciata numerosi pinnacoli di varia foggia a indicare il numero dei figli (maschi o femmine) del padrone.
Girando per le stradine della città, ci imbattiamo in scuole coraniche con i maestri che discutono animatamente ed i bambini che ricopiano sui quaderni testi sacri da lavagnette. Per le strade e nei cortili si svolge la vita quotidiana delle famiglie.
Al centro della città si eleva il monumento in banco più importante del Mali in stile sudanese: la Grande Moschea fu edificata nel 1280 da un re di Djenne convertitosi all' Islam; lasciata cadere in rovina nel '800, fu ricostruita sul modello di quella antica nel 1907. Le aste in legno che sporgono dalle mura fanno parte della struttura, ma servono anche come sostegno per i lavori annuali di riparazione del rivestimento di fango, rovinato dalle piogge.
Come nelle altre moschee del Mali, i non-islamici non sono ammessi nell'interno: ci dobbiamo accontentare di salire su un terrazzo vicino per ammirarla dall'esterno.
La piazza intorno alla Moschea si trasforma ogni lunedì in un animato mercato, rimasto immutato dai tempi in cui le carovane di cammelli trasportavano il sale dal Sahara fino a Djenne: oggi purtroppo è martedì e ci limitiamo a una breve visita al mercatino della frutta
Nel pomeriggio andiamo a fare una gita nei dintorni di Djenne a bordo di carretti trainati da cavalli, un mezzo di trasporto ancora molto usato dai locali, per noi un po' troppo avventuroso! Nel primo villaggio, che visitiamo, abitato prevalentemente da "Peul", un'etnia dedita all'allevamento di bestiame, siamo circondati da una folla di bambini festanti e questuanti e di donne curiose. Al centro del paese non manca una piccola moschea. Verso il crepuscolo giungiamo su un braccio del fiume Bani, dove sorge un villaggio "bozo", gli uomini del fiume dediti alla pesca: attraversiamo lo stretto corso d'acqua con una piroga per salire a vedere la bella moschea che domina il paese.
L' avventura in terra Dogon si apre improvvisamente con la visione di alcuni granai, che secondo la tradizione locale sarebbero stati un dono di Dio agli otto antenati dell'umanità. Siamo a Dourou, un villaggio sull'altopiano al limite della falesia di Bandiagara, da dove ha inizio il nostro trekking. Il paesaggio del Sahel, piuttosto monotono nelle pianure fluviali, di colpo si anima per la presenza di arenarie rossatre che formano la falesia. Cominciamo a scendere lungo un'ampia fenditura nella roccia che consente di arrivare fino alla pianura sottostante.
La mattina dopo ci svegliamo al campeggio di Nombori, il primo villaggio di falesia: i Dogon si possono dividere in tre gruppi, gli abitanti dell'altopiano, quelli sulla falesia e quelli di pianura con usi e sistemi di coltivazione diversi e anche dialetti differenti. Gli asinelli ci trasportano bagagli e vettovaglie su carretti: fino a qualche anno fa questo servizio era svolto da portatori, spesso bambini. Non mancano i mezzi di soccorso per gli infortunati: uno dei nostri, affetto da gastroenterite può già usufruirne accomodandosi su una moto.
Una chiesetta cristiana ai piedi di Nombori, dove abbiamo intravisto anche una moschea: sia il cristianesimo che soprattutto l'islam fanno molti proseliti fra i Dogon che restano comunque legati alle credenze animistiche.
Il sentiero è pianeggiante attraverso zone sabbiose, qualche austero baobab inscheletrito per la stagione secca ci ricorda che siamo nel Sahel, il sole comincia a picchiare anche se siamo a Capodanno. Tutti questi edifici prismatici con tetto spiovente, spesso coperto di paglia, sono i granai che sembrano talora più numerosi delle case, con tetto a terrazza, e servono per conservare il miglio. Salendo verso il villaggio di Komokan vediamo una Togouna, che significa"Casa della Parola", sala per le assemblee con tetto molto robusto, ma basso per mantenere calmi i più facinorosi. Ne esiste almeno una in ogni villaggio, con pilastri istoriati o pareti dipinte, di solito frequentate da persone anziane.
Spesso nei villaggi vediamo un uomo al telaio, che lavora con metodi molto primitivi con l'ausilio dei piedi: ciò mi ricorda un capitolo del libro "Dio d'acqua" di Griaule, dove la tessitura è considerata la seconda parola di comunicazione fra Dio e gli uomini.
Il popolo Dogon fu scoperto nel 1931 in occasione dell'esposizione coloniale di Parigi, dove si esibì una danza simile a questa, che noi vediamo nel villaggio di Tireli: da allora gli etnologi francesi con a capo Griaule si dedicarono a interpretare tali manifestazioni artistiche, espressione della cultura dogon. Le maschere in legno intagliato e i costumi molto vistosi raffigurano personaggi umani e animali, che vogliono dare l'immagine del mondo e il movimento dell'universo secondo credenze animistiche. Il pensiero dogon fu portato alla luce nel 1948 dall'opera di Griaule "Dio d'acqua", resoconto di colloqui con il vecchio cacciatore Ogotemmeli: una metafisica un po' esoterica con il dio Amma che dopo una serie di errori creativi con l'intermediario di due serpenti gemelli, viventi nei corsi d'acqua, riesce a generare gli otto antenati dell'umanità. Quanto ciò sia frutto solo della lezione di Ogotemmeli o piuttosto sia stato reinterpretato da Griaule non è dato sapere: forse gli stessi Dogon hanno perfezionato le loro credenze in base agli studi di Griaule ed allievi, per diventare uno fra i popoli primitivi più ricercati da studiosi e turisti. Fatto sta che oggi queste danze vengono eseguite a pagamento, mentre una volta erano cerimonie in occasione di feste o funerali.
Scendendo dalla piazza dove si è svolta la danza ci imbattiamo nella moschea di Tireli, dopo Amma anche l'Islam vuole la sua parte! La coltivazione più diffusa in terra dogon è senzaltro il miglio, donato da Dio per riempire i granai, del quale vediamo i campi ormai rinsecchiti per la stagione invernale.
Ai piedi del villaggio di Amani sostiamo nei pressi di un laghetto che ospita dei coccodrilli sacri. A metà strada verso la falesia vediamo la Touguna con un gigantesco tetto in legno sorretto da pilastri in pietra. Attraversando i villaggi, per cui si deve pagare l'ingresso, ci viene ogni tanto indicata la casa dell'Hogon, il capo spirituale (una specie di sciamano) e ci viene spesso suggerito di non calpestare o non sedersi su di un determinato terreno ritenuto sacro: chi viola questi precetti dovreb compiere un sacrificio di montone o pollo!
Questo è un campo coltivato a cipolle: pare che tale coltivazione sia stata introdotta dai francesi, e da allora la terra dogon è divantata la principale produttrice del Mali. Ireli è un villaggio che si arrampica fino alla base della parete rocciosa e presenta un gruppo di granai piccoli e cilindrici, simili alle costruzioni dei Tellem, il popolo che risiedeva sulla falesia prima dei Dogon. Le loro abitazioni, ricavate spesso in caverne o anfratti della roccia, vendono utilizzate ancora come tombe. Un'altra bella Touguna, adornata di corde, sotto lo sguardo vigile della nostra guida dogon Abaran Dolo.
Banani è un grosso villaggio, facilmente raggiungibile a piedi o in fuoristrada da Sanga, forse la zona più frequentata dai turisti come si vede dai numerosi campement e dai rivenditori di souvenir.
Dopo il pernottamento a Kundu, il nostro gruppo si divide: gli stanchi usufruiscono dei carretti per percorrere le piste nella sabbia che in 6 chilometri raggiungono Yendouma. Gli infaticabili salgono verso i villaggi di montagna di Youga, belli e selvaggi sul fondo di canyon, abitati pare dai Dogon più tradizionalisti: qui prende l'avvio ogni 60 anni la festa di Sigui, segnalata dal movimento degli astri, fra i quali si dà importaza rilevante a Sirio, che i Dogon hanno sempre considerata un insieme di tre stelle, cosa che gli astronomi hanno scoperto solo nel 1995. Forse Ogotemmeli aveva ragione??
L' ultima Touguna a Yendouma verso l' estremità settentrionale della falesia.
Usciamo dalla terra dei Dogon a bordo di Toyota 4x4, che sono venute a prenderci al campement di Yendouma: attraversiamo velocemente alcuni villaggi di pianura.
Vedute nel quartiere antico di Hombori, una cittadina al centro di una zona abitata da allevatori "Peul". Una mandria di bovini intorno alla moschea. Ragazzi che giocano al pallone. Il profilo di Hombori Tondo, la montagna che dà il nome alla città.
Hombori si trova in quella regione che vanta il nome di Monument Valley del Mali per le belle formazioni rocciose simili a quelle dell'Arizona. Il più noto massiccio montuoso è chiamato per la sua forma "Mano di Fatima", dal nome leggendario di una fanciulla "peul".Queste pareti sono meta di numerosi alpinisti europei. La strada asfaltata Gao - Mopti, che ha sostituito l'antica pista, corre per alcuni chilometri lungo questo scenario montuoso. A Douentza inizia la pista che sale verso nord in direzione di Timbouctu allontanandosi dalle montagne. Facciamo una breve sosta presso un villaggio anche per sostituire una ruota forata. Ed eccoci sulle sponde del Niger.
L'arrivo a Timbouctou è apparentemente paradossale: l'oasi ai confini del mondo, la mitica città raggiungibile solo a dorso di cammello in 52 giorni, come sta scritto all'uscita di Zagora in Marocco, ora è qui davanti a noi dietro a quegli alberi che si specchiano nelle acque del fiume. Lo sbarco al crepuscolo nel porticciolo di Korioumè.
333 Santi non sembrino troppi per una città che vanta tre moschee fra le più antiche dell'Africa sudanese e pare abbia avuto 180 Scuole coraniche. La moschea di Sankorè fungeva anche da Università e nel 16° secolo ospitava 25000 studenti. I muri esterni in "banco" vengono ora sottoposti a lavori di restauro stagionali: d'altra parte quasi tutta la città sembra un immenso cantiere di lavoro. Di fronte alla Moschea si trova il Centro di Ricerche Storiche, intitolato ad Ahmed Baba, antico docente dell'Università: custodisce più di 15000 manoscritti sacri in arabo.
Una targa ricorda il geografo marocchino Ibn Battuta che visitò Timbouctu nel '300: è solo il primo esploratore attirato ai confini del Sahara, seguito da Leo Africanus, viaggiatore spagnolo che tesse solo lodi per questa città. Nell' 800 gli esploratori europei, attirati dal mito di Timbouctu, furono piuttosto sfortunati: dell'inglese Gordon Laing resta la lapide sulla casa che abitò, ma non potè mai riferire nulla in patria perché fu ucciso sulla via del ritorno; il francese Renè Caillè, due anni dopo nel 1828, soggiornò a lungo in questa casa travestito da musulmano e tornò in patria per riferire della decadenza in cui era caduta Timbouctu, e non fu creduto. Sembra quasi che anche gli abitanti di Timbouctu vogliano vivere il mito della loro città con l'occhio degli europei: un terzo esploratore, il tedesco Barth, è ricordato da questa lapide.
La Medersa di Sidi Yahiya, accanto alla omonima Moschea, prende il nome da uno dei 333 Santi della città: come si nota, è stata ristrutturata in pietra per evitare i danni della pioggia.
Nel cortile del Museo Etnologico vediamo il pozzo leggendario che ricorda la nascita della città, fondata intorno all'anno 1000 da nomadi tuareg come accampamento stagionale: quando tornavano nei pascoli del Sahara, vi lasciavano qui una vecchia donna di nome Bouctu vicino a un pozzo, e "Tim" in lingua locale significa pozzo, da ciò il nome.
Ogni tanto ci imbattiamo in una di queste tende tondeggianti, che sono abitate dai Bellah, ex schiavi dei Tuareg, che una volta vivevano alla periferia della città.
La Moschea di Dyingerey Ber appartiene all'inizio del periodo d'oro di Timbouctu, quando il sovrano dell'impero del Mali Kankan Musa di ritorno dalla Mecca riportò con sé un architetto andaluso che si può considerare il fondatore dell'architettura sudanese. All' impero del Mali seguì quello dei Songhai, che durò fino all'invasione dei Marocchini nel 16° secolo.
Per fortuna ci sono ancora tanti Tuareg, che contribuiscono a mantenere il fascino di Timbouctu: le guide sono di solito "uomini blu", come i commercianti, che ci invitano sotto la tenda per la cerimonia del "tè alla menta".
Alla periferia nord della città sorge questo monumento "la fiamma della pace", che commemora la fine della rivolta tuareg nel 1996, quando vennero pubblicamente bruciate 3000 armi ed alcune murate. Da questa piazza comincia il deserto del Sahara: è il punto di arrivo e di partenza delle azalai, le carovane di dromedari che raggiungono le miniere di sale di Taoudenni. Dal crepuscolo di ieri sul fiume con tanti alberi alla distesa di sabbia, con rare acacie spinose senza nemmeno l'ombra di una palma: è il confine fra due mondi!
Tre giorni di navigazione sul Niger da Timbouctu a Mopti a bordo di una pinasse, le imbarcazioni a motore che percorrono il fiume per il trasporto di passeggeri e merci, l'unico mezzo di comunicazione fra i diversi villaggi che sorgono sulle due rive, che sono quasi prive di strade carrozzabili. Stiamo andando controcorrente sul grande arco che fa il Niger scendendo verso Timbouctu e Gao formando un delta interno con numerosi laghi e zone paludose. Si parte la mattina verso le cinque per sfruttare tutte le ore di sole: all'alba la temperatura è fredda e il cielo leggermente nuvoloso. Nella tarda mattinata, quando il sole ci ha già riscaldato, ci avviciniamo a un villaggio di pescatori "bozo" per visitarlo: la gente, che ascolta della musica da radio portatili, è molto cordiale, i bambini come al solito alquanto invadenti. Sulla pinasse si sta un po' rattrappiti, si passa il tempo leggendo e mangiucchiando, facendo foto; a poppa c'è persino una toilette! In questa zona il fiume sembra attraversare il deserto, come appare dalle dune di sabbia con rara vegetazione, e anche i villaggi sono scarsi. Prima del tramonto ci fermiamo su una spiaggia argillosa, dove possiamo piantare le tende
Le prime imbarcazioni che incontriamo la seconda mattina. Verifichiamo sul navigatore GPS i chilometri percorsi e la velocità della pinasse, che si aggira sugli undici chilometri orari. Poco dopo vediamo una bella barca con un enorme vela fatta di tele di sacco. Oggi i villaggi sono più grandi e numerosi: già verso le nove sbarchiamo nel paese di Sebi, dove cerchiamo la Scuola per lasciare in dono penne e quaderni. Ci addentriamo un po' fra le stradine, preceduti e seguiti da una folla di donne e bambini, arrivando fino alla moschea, in stile sudanese molto primitivo. La gente si raduna sulla spiaggia per il commiato Arriviamo a mezzogiorno nel grosso villaggio di Attara e ci accorgiamo che è giorno di mercato: il porticciolo è affollato di pinasse e le strade sono percorse da numerosi carretti. Partecipiamo anche noi al mercato con l'acquisto di banane e arachidi . Il fiume diventa sempre più animato, con la presenza di diversi tipi di imbarcazioni e di paesi più grandi con qualche moschea moderna, avvicinandosi al centro del delta interno e al lago Douru. Al tramonto stiamo cercando un posto per campeggiare.
La terza mattina, al levar del sole, siamo ancora sulla spiaggia dove abbiamo campeggiato, e vi resteremo fino alle 11, perché il motore della pinassa non va in moto: capitano e aiutanti fanno di tutto, smontano il motorino di avviamento, riscaldano la batteria colle braci, vanno a prendere una nuova batteria nel vicino villaggio, ma non ne vengono a capo. Un filosofo dei nostri si mette a pescare, poco dopo arriva la salvezza con una pinassa vuota che torna a Mopti dopo aver portato un gruppo di turisti a Timbouctu e ci rimorchia. Con due pinasse stiamo tutti più comodi nel percorrere l'ultimo tratto del fiume, che attraversa una zona molto fertile con pascoli di bovini,che sembrano svizzeri,…. con moschee modernissime… con veloci imbarcazioni. Prima dal tramonto siamo nei pressi di Mopti.
Il porto di Mopti è molto trafficato e suggestivo, per le numerose pinasse che scaricano le merci, molte delle quali vengono subito messe in vendita: fra l'altro vediamo su un banchetto le lastre di sale provenienti dalle miniere del Sahara a nord di Timbouctu.
La grande Moschea di Mopti, un edificio moderno in stile sudanese costruito nel 1933, sembra solo una brutta copia di quella di Djenne. Non molto lontano dalla moschea, raggiungiamo l'animato mercato vivacizzato dai variopinti colori e dalle querule voci delle donne. Dal porto affollato di Mopti alla calma piatta del Niger nei pressi di Segou, una cittadina a nord di Bamako: un altro aspetto del grande fiume, che ospita degli orti sulle sue sponde. Segou è rinomata per la presenza di edifici coloniali sopravvissuti al Sudan francese, come si chiamava allora il Mali: questa palazzina lungo un viale è ancora abitata,… qui è rimasto un asilo infantile vicino a una chiesa cattolica ….la porta di ingresso allo stadio…questo edificio è diventato la sede dell'Istituto Geografico del Mali. L'ultimo crepuscolo sul Niger sorseggiando un aperitivo.
La torre dell'Africa all'ingresso di Bamako. Dal Ponte dei Martiri la capitale del Mali si presenta immersa nel verde intorno al fiume Niger.
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