Un delizioso libro per bambini narra di un girino che, divenuto rana, va per il mondo in cerca di avventura; ritornato nello stagno, cerca di raccontare tutto quello che ha visto ai pesci, che non si sono mai mossi da lì. Invano essi si sforzano, attraverso le sue sperticate lodi, di immaginare l’aspetto di mucche, farfalle, persone; per i pesci, come mostrano le illustrazioni, tutti gli altri esseri viventi hanno la bocca e le pinne di un pesce: inevitabilmente ognuno interpreta la realtà unicamente secondo la propria esperienza. Si potrebbe pensare che oggi, con tanto tempo dedicato alla televisione e al cinema, la nostra conoscenza del resto del mondo dovrebbe essere maggiore che nel passato. A livello superficiale è indubbiamente così, ma solo l’intuizione del genio ha permesso a Cesare Pavese di comprendere e di immaginare perfettamente un luogo tramite le parole di altri grandi scrittori, al punto di dedicare splendide pagine de La luna e i falò alla California, ove non si era mai recato personalmente. Noi, comuni mortali, abbiamo solo idee confuse e preconcette al di fuori della nostra esperienza diretta, e, a volte, anche quella basta a scalfire appena la realtà.
Ad otto anni io facevo il giro del mondo ogni giorno con la mia collezione di francobolli. Ricordo ancora distintamente i magnifici fiori del Madagascar e le tigri del Kenia, mentre i paesi del Sudamerica erano tutti illustrati da serissimi uomini in doppiopetto, che indubbiamente dovevano avere grande opinione di se stessi; unica eccezione l’Argentina dove c’era una bella signora bionda: Evita Peron.
Allora non avrei mai pensato di poter un giorno conoscere quei posti così lontani, nè lo desideravo particolarmente, per me fondamentalmente esistevano solo sui miei francobolli. Negli anni ‘60 avevo già molto girato in Italia e in Europa con i miei genitori, ma la nativa Sicilia non la conoscevo quasi completamente, e tutto intorno al caro vecchio continente si stringeva una fitta selva di colonne d’Ercole, oltre quell’isola gigantesca c’era un baratro e poi tanti altri pianeti-continenti di cui avevo solo un misto di nozioni scolastiche e di vaghe, frammentate idee stereotipe.
Finito il liceo a Palermo nel 1967, pur di avere una sicura motivazione che sancisse la mia necessità a viaggiare in estate, decisi di lasciar perdere il mio primo grande amore, le scienze naturali, e di studiare lingue: erano i tempi in cui il mitico fumo di Londra sembrava molto più attraente del nostro caldo sole mediterraneo. I grandi avvenimenti erano gli esami universitari e gli acquisti in Via Ruggero Settimo; a Mondello, d’estate, nella quiete del primo pomeriggio, sentivo rombare nei tornanti di Monte Pellegrino i motori delle ‘500 Abarth truccate dai soliti, incorregibili enfants terribles. Fra una festa di compleanno e l’altra, si combinavano e scombinavano gli ingrizzi (parola chiave ormai in disuso, oggi si chiamano sgami); pomeriggi interi li passavamo nella mitica discoteca Open Gate, alternando i twist e i rock ‘n roll con i lenti cheek to cheek (infuriavano le canzoni dei Beatles naturalmente, suonate in continuazione da un gruppo locale), e io vivevo così, o meglio lasciavo scorrere, la mia vita. Sapevo tutto quello c’era scritto su Shakespeare nei miei libri di storia e critica letteraria, ma quando fu ucciso Martin Luther King, non ne avevo mai sentito parlare, e neanche il ‘68 era riuscito a distogliermi dal mio scopo primario: imparare l’inglese a tutti i costi.
Palermo intanto era cresciuta come un fungo malato, intorno al palazzo dove abitavamo in Viale delle Magnolie, rapidamente erano scomparse le pecore che sentivo ancora belare quando ci eravamo trasferiti lì nel ‘56. Il giorno che sentii dire a mio padre che Villa Deliella era stata distrutta in una sola notte senza che nessuno fosse intervenuto a impedire lo scempio, fu la sua espressione particolarmente contrariata a colpirmi, più che la notizia in se stessa.
Ognuno di noi costruisce ogni giorno il suo romanzo personale; come in un Bildungsroman, la maturazione del protagonista avviene attraverso le diverse importanti esperienze della vita. Per me la grande svolta avvenne nel 1971: eccomi salpare per gli Stati Uniti. Era agosto, ma sulla scaletta dell’aereo io avevo la mia brava pelliccia di castoro sottobraccio: nel Massachussetts, dove stavo andando a studiare, in inverno faceva freddo, quindi si era supposto che ne avessi bisogno. Ancora non sapevo che, per non apparire ridicola, non l’avrei indossata neanche una volta. A Mount Holyoke College studiavano circa 2000 ragazze della migliore borghesia americana di tutti gli Stati Uniti. Non avevo molta voglia di partecipare alle loro conversazioni, il cui argomento principale sembrava essere la quantità di calorie contenute in ogni pietanza (io personalmente fino a quel momento delle calorie non avevo neanche sospettato l’esistenza); il freddo c’era, certo molto più che a Palermo, ma mi sarei presto resa conto che nessuna di loro aveva una pelliccia nell’armadio.
Il campus, con i suoi bei edifici neogotici, assomigliava tanto ai College inglesi, 130 anni prima ci aveva studiato anche Emily Dickinson.
Stupefacente lo spazio, incredibili i servizi a disposizione delle studentesse, in molti casi gestiti da loro stesse (ufficio postale, stazione radio, attrezzature sportive). Il mio posto preferito in assoluto era la library, che mi resi conto subito avere ben poco in comune con le nostre biblioteche: vero cuore pulsante del College, affollata fino a notte tarda anche di domenica, organizzatissimo labirinto dove si poteva vagare senza limiti con la possibilità di toccare fisicamente i volumi, accarezzando in ogni libro l’illusione di avere accesso all’intero scibile umano; vi arrivava regolarmente persino il Corriere della Sera. Scoprii a poco a poco che anche le biblioteche comunali erano centri culturali di tutto rispetto con numerose attività rivolte specificatamente ai ragazzi e ai bambini. Nella maggioranza dei casi, bastava un tesserino di residenza (anche temporanea), rilasciato a vista, per potersi portare a casa senza alcuna limitazione libri e riviste. Una delle poche istituzioni americane che tuttora è assai difficile criticare, da qualunque lato la si voglia considerare.
Ma i mesi passavano e io sempre di più mi rendevo conto che, malgrado le superficiali somiglianze con l’Inghilterra (non per niente quella parte degli Stati Uniti si chiama New England), mi trovavo davvero in un altro, nuovo continente. Stringendo amicizia con le altre ragazze straniere che, come me, erano già laureate e venivano da ogni parte del mondo, per la prima volta intuii la straordinaria unità culturale dell’Europa.
Erano gli anni della guerra del Vietnam, persino tra le ragazze dello sperduto Mount Holyoke si agitavano i venti di una nuova consapevolezza del mondo. Fu un’entusiasmante, ma anche dolorosa, scoperta: avevo studiato latino, greco, filosofia, più di qualunque americana, ma la parola ecologia mi era sconosciuta, i problemi razziali, e la politica in genere, fino a quel momento per me esistevano solo sui giornali, non nella vita reale.
Avevo già visitato molti famosi musei europei, ma dovevo andare a New York per apprezzare l’importanza della esposizione razionale ed estetica dell’arte, il piacere della scoperta di qualcosa di particolare attraverso una mostra, il fascino della pittura e dell’architettura moderne, pianeti per me completamente sconosciuti fino a quel momento. Sui marciapiedi delle grandi città avvertivo il fluire di un’umanità in continuo movimento ed evoluzione: volti di tutti i colori, lingue più disparate, ristoranti multietnici. La musica dei neri si sovrapponeva ai ritmi dei tamburi degli ‘arancioni’, gli Hare Krishna: per la prima volta l’occidente faceva autocritica rivolgendosi al fascino delle antiche civiltà orientali.
Quando il protagonista di una nota commedia di Nino Martoglio ritorna in Sicilia, i suoi parenti e concittadini trovano assolutamente insopportabili i suoi entusiastici resoconti, ed emettono una sentenza inappellabile per la sua pericolosa sindrome; il soggiorno a Roma lo avrà forse guarito fisicamente, come sostiene lui, ma in compenso gli ha fatto contrarre un’altra pericolosa malattia: l’aria del continente.
In effetti, al mio ritorno, solo a mie spese ho imparato quanto fosse inutile cercare di trasfondere esperienze personali in persone che non lo avessero esplicitamente richiesto e desiderato, cercare di spiegare il mio entusiasmo per l’organizzazione, apparentemente perfetta, di un paese dove sembrava che tutti si sforzassero di semplificare le cose, e di trovare in qualsiasi circostanza la soluzione più pratica e razionale. D’altro lato non riuscivo neanche a spiegare l’anonimità dei ricchi quartieri suburbani, l’angoscia che avevo provato negli shopping centers e nelle sterminate periferie, lo squallore dei ghetti che avevo potuto solo intuire dal momento che, come avevo presto imparato, certi posti in America sono proprio off limits.
Ancora nessuno parlava di globalizzazione, ma se ne avvertiva chiaramente l’esistenza ritrovando, da New York alla California, lo stesso identico orribile hamburger servito sulla stessa tovaglia a fiori, la stessa deprimente catena commerciale, la stessa pubblicità. Il massimo dell’orrore l’avevo provato in una zona rurale quando, in un giorno di chiusura totale a causa della festa del Labor Day, mi ero vista costretta a cercare di ordinare qualcosa allungando un braccio dall’automobile e pressando un bottone su una delle pietanze illustrate in cartelli fotografici in plastica: era davvero difficile scegliere qualcosa di appena accettabile e così avevo preferito rimanere digiuna. Più volte mi aveva assalita la nostalgia per i gusti naturali; come il protagonista di 1984 di George Orwell, avevo desiderato spasmodicamente qualunque cosa che sapesse di antico, di caratteristico, di pittoresco. La prima volta che l’Alitalia, a quei tempi splendida, mi servì prosciutto crudo e melone sull’aereo che, dopo mesi, mi riportava a casa, mi sono quasi messa a piangere.
Da allora sono passati trent’anni, sono tornata più volte in America, a volte per periodi ancora più lunghi, per tanto tempo non sono riuscita a risolvere il mio dilemma fra l’entusiasmo contagioso di un paese ottimista per costituzione, dove si ha l’impressione che tutto sia fattibile, e il fascino paralizzante di un altro dove sembra invece che tutto sia tremendamente difficile e complicato. Nel frattempo ho scoperto che per chi, come l’Ulisse dantesco, possieda una certa dose dell’ansia di ‘virtute e conoscenza’, non sarebbe neanche necessario cambiare continente per appagarla: la Sicilia stessa era ancora in ampia parte territorio sconosciuto a me come alla maggior parte degli altri suoi abitanti.
Come dice la protagonista del film Il tè nel deserto, ho cercato di viaggiare, non di fare semplicemente la turista. Ho capito che ogni parte del mondo è importante per capire chi siamo e ho anche avuto modo di constatare che i fiori del Madagascar e le tigri del Kenia non esistono solo sui francobolli.
Marcella Croce autrice di “Oltre il chador – Iran in bianco e nero” e “L’anima nascosta del Giappone”
www.marcellacroce.com
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