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Yunnan, ovvero oltre le nuvole

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Nell’angolo sudoccidentale della Repubblica Popolare cinese nella provincia dello Yunnan, vivono 25 minoranze etniche alle quali il governo di Pechino, con parziale deroga alla stretta politica di controllo delle nascite in vigore dal 1973, ha concesso il privilegio di avere un secondo figlio, sia pure solo dopo otto anni dalla nascita del primo. Alcune di queste nazionalità sono molto numerose e travalicano i confini della provincia (gli Zhuang sono 14 milioni; più della popolazione dell’intera Australia!) altre contano solo poche migliaia di persone, come i Wa.
Oltre le nuvole (Yunnan significa ‘nuvole del sud’), questa zona alla periferia dell’impero dove il potere centrale stentava ad affermarsi, ha nel passato raggiunto un’indipendenza politica e culturale altrove impensabile. Tuttoggi circa la metà dei 40 milioni di persone qui residenti non si sono lasciate assorbire dal ceppo etnico della maggioranza dei cinesi (detto Han dal nome di una delle prime dinastie) e mantengono ancora tradizioni e costumi propri.
La maggior parte di queste etnie osserva un proprio calendario e ha al proprio interno dei sottogruppi (l’etnia Yi ne conta addirittura 72 e adotta un mese di 36 giorni formato da tre cicli di 12 giorni ciascuno). Ognuna ha la propria lingua che solitamente è solamente parlata, ma la lingua sacra dei elaborati cerimoniali Dongba dei Naxhi di Lijang viene scritta con dei curiosissimi pittogrammi che sono gli unici ancora usati nel mondo e sono stati paragonati ai geroglifici egiziani. In Cina e in altri paesi del mondo esistono oltre 50000 volumi scritti in questa lingua. Alcune nazionalità (come i Monsuo) praticano strettamente il matriarcato, fino al caso estremo dei Molao, una piccola comunità di circa 2000 persone a Locheng presso Hechi nella provincia del Guanxhi dove una moglie può avere fino a 4 mariti. In molti casi i costumi locali prevedono una consumazione del matrimonio senza una vera celebrazione: in inglese è stata coniata l’espressione ‘walking marriage’ per descivere la vita di una coppia nella quale ognuno degli sposi rimane a casa dei propri genitori fino al concepimento del primo figlio.
Le regole del corteggiamento sono varie ed affascinanti quanto quelle delle specie degli uccelli. In molti casi le ragazze preparano per l’innamorato come dono d’amore una palla di stoffa (ricamata fra gli Zhuang, tessuta fra i Dong). Fra i Miao l’innamorato lavora gratuitamente per tre anni per la famiglia di lei, contribuendo in modo decisivo a costruire e a rendere confortevole la loro casa.
Durante la cerimonia del matrimonio fra i Baj di Dali, si augura felicità alla sposa ricoprendola scherzosamente di pizzicotti per farla diventare blu e nera. Si gioca sull’assonanza della parola chu che a secondo del complesso sistema tonale della lingua cinese, può significare sia felicità che blu e nero. La coppia poi al momento dell’entrata nella sua nuova casa inscenerà una finta lotta rituale con i cuscini.
Durante la cerimonia Dong tutte le ragazze vengono velate e lo sposo deve indovinare chi è la sua sposa. Gli vengono date solo tre chances, altrimenti il matrimonio verrà annullato, ma sorge il sospetto che i due si mettano d’accordo su qualche segno segreto di riconoscimento che scongiuri questa infausta possibilità.
Nel variegato panorama delle tre grandi tradizionali religioni e filosofie cinesi, il buddismo rappresenta la tensione verso il contemplativo, il taoismo l’ingenua superstizione degli ignoranti e il confucianesimo l’impegno civile degli studiosi. Sono le famose ‘tre strade’ verso il comune scopo della giusta vita, tra le quali i cinesi si destreggiano con una buona dose di fondamentale agnosticismo. Ognuna delle minoranze etniche dello Yunnan aggiunge a tutto ciò riti religiosi autoctoni non di rado di grande interesse, come quelli sciamantici con cui i Naxhi di Lijang esorcizzano le morti definite ‘innaturali’ propiziandosi le anime di coloro che sono morti suicidi o a causa di guerre o altri disastri.
Ai riti si accompagna la musica sacra che serve a parlare con gli dei. Alle orecchie occidentali essa appare monotona, ma c’è una spiegazione poetica anche per questo: le note sono sempre uguali altrimenti gli dei non capiscono più quali siano le nostre necessità. Gli strumenti tradizionali, alcuni dei quali ricoperti di pelle di serpente, sono stati disseppelliti dalle fosse dove erano stati nascosti durante la rivoluzione culturale, e ora rivivono nelle mani di entusiasti suonatori ultraottuagenari che presso Dali interpretano i ritmi Dong Jong risalenti al tempo della dinastia Tang.. Ogni etnia ha elaborato una sua mitologia per spiegare l’origine del mondo: così i Lahi pensano di discendere da una zucca perchè ha la forma di una donna incinta. Le scritture Dongba dei Naxhi esprimono l’ecologimo primordiale della loro teoria cosmogonica: all’inizio l’uomo era fratellastro di Shu, la più grande divinità che regola la terra. In seguito Shu regnò sulla natura, mentre l’uomo si occupava dell’agricoltura e dell’allevamento. Dato che l’uomo continuamente distruggeva le foreste, uccideva gli animali selvatici, e inquinava le sorgenti, Shu incominciò a rifarsi sull’umanità. Per pregare Shu di mandare la buona fortuna ed evitare disastri, ogni febbraio del calendario lunare i Naxhi tengono cerimonie per ristabilire l’equilibrio fra l’uomo e la natura.
E’ stato detto che in Cina le classi colte non credono in niente, quelle incolte credono sincretisticamente in tutto. L’unica vera incontestata grande religione dei cinesi, popolo nel complesso estremamente pragmatico, è il culto degli antenati. Se nelle scuole e negli altri edifici pubblici si vedono ancora le foto di Marx, Lenin e Mao Ze Dong, simboli di un comunismo non rinnegato ma certamente sorpassato dalla realtà consumistica in cui il paese sembra oggi lanciato, nelle case private anche molto umili è appeso spesso il ritratto dell’antenato sotto la cui protezione si vuol mettere la casa. Egli costituisce il modello ideale per i viventi secondo i dettami di un confucianesimo che ha per più di due millenni improntato la vita dei cinesi, sia che fosse esaltato dai restauratori o denigrato dai rivoluzionari. Gli Zhuang hanno in casa un altarino per il culto di uno speciale Buddha detto Zhuzong che rappresnta una divinità mediatrice fra i viventi e gli antenati.
Ciascun gruppo etnico ha il suo animale sacro da cui crede di discendere: il ragno per i Dong, la tigre per i Yi, il bufalo per i Wa e i Yiao, la rana per i Naxhi e gli Zhuang. Si trova ancora sulla porta in legno di qualche villaggio l’immagine del totem per il quale si nutre un sacro rispetto. Se nasce un bufalo il 30 giugno, giorno della loro festività più importante, i Yiao lo adorano come un dio vivente, e alla sua morte sarà seppellito con grandi onori; i Dong si inchinano alla presenza di un ragno che attraversi loro la strada.
Frazer ha osservato che in tutto il mondo i popoli primitivi considerano pericoloso ciò che è sacro. Anche in Yunnan ogni etnia si astiene dal mangiare le carni del proprio totem, anche nel caso che esso sia commestibile, un segno di rispetto molto importante in un paese nel quale non è uno stereotipo affermare che si mangi di tutto: dalle zampe di gallina ai musi dei maiali, dai cani (appositamente allevati a questo scopo) ai serpenti (una delle specialità di Canton), dalle api fritte agli insetti zuchong che si cibano del bambù. Agli esterrefatti visitatori viene spiegato che quando i cinesi videro che le cavallette mangiavano i loro cereali, decisero di mangiare a loro volta le cavallette. E’ un paese nel quale si cucinano con uova e prosciutto due diversi tipi di licheni, dove si ricerca un particolare topo che fà la sua tana fra i bambù con la stessa passione con la quale noi andiamo in cerca dei formaggi o dei salumi tipici di una zona di montagna, e dove nelle grandi giare del vino di riso si immergono salamandre secche, api o serpenti con la stessa cura con la quale noi insaporiamo la grappa con il ginepro.
Lo Yunnan si differenzia dal resto del paese per la sua cucina molto speziata e per un’infinita serie di piatti regionali fra i quali il più famoso è gli spaghetti ‘attaverso il ponte’. E’ una delle tante zuppe con le quali i cinesi chiudono i loro pasti. Il nome si riferisce alla leggenda di una moglie che la porgeva al marito attraverso un ponte. Nel distretto di Xishuangbanna dove il clima è tropicale cresce una limitata quantità di una rarissima qualità di riso di colore purpureo (detto hongmi), che è unica al mondo e può essere assunta a simbolo dello Yunnan, terra ‘diversa’ per eccellenza.


Marcella Croce
autrice di “Oltre il chador – Iran in bianco e nero” e “L’anima nascosta del Giappone” (Marietti editore)
www.marcellacroce.com



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